Scienza

Covid, l’immunologo Anthony Fauci sull’antivirale molnupiravir della Merck: “Risultati impressionati”

Il molnupiravir "è in grado di ridurre di circa il 50% il rischio di ospedalizzazione e morte per Covif nei soggetti infettati con Sars Cov 2 trattati entro 5 giorni dall'inizio dei sintomi" secondo la società. L'analisi ad interim è stata condotta su 775 pazienti con una malattia lieve o moderata, tutti partecipanti ad un trial clinico randomizzato di fase III. 

“Risultati impressionanti”. È la definizione che utilizza l’immunologo Anthony Fauci commentando i dati della pillola anti-Covid sviluppata da Merck. L’annuncio della casa farmaceutica ha suscitato entusiasmo negli Stati Uniti e non solo. Il molnupiravir “è in grado di ridurre di circa il 50% il rischio di ospedalizzazione e morte per Covif nei soggetti infettati con Sars Cov 2 trattati entro 5 giorni dall’inizio dei sintomi” secondo la società. L’analisi ad interim è stata condotta su 775 pazienti con una malattia lieve o moderata, tutti partecipanti ad un trial clinico randomizzato di fase III.

La casa farmaceutica ha espresso l’intenzione di richiedere l’autorizzazione all’uso di emergenza (Eua) negli Stati Uniti nel più breve tempo possibile e, allo stesso tempo, richiedere l’autorizzazione ad altre agenzie regolatorie a livello mondiale. Se approvato, molnupiravir potrebbe essere il primo farmaco antivirale per il trattamento di Covid-19, viene evidenziato. In base ai dati della interim analysis, diffusi dalle società, il 7,3% dei pazienti che hanno ricevuto molnupiravir sono stati ospedalizzati o sono deceduti entro il 29esimo giorno dal momento della randomizzazione (28/385), a fronte di un 14,1% per i pazienti trattati con placebo (53/377). Inoltre, fino al 29esimo giorno di somministrazione, nessun decesso è stato riportato nei pazienti che hanno ricevuto la somministrazione di molnupiravir, a fronte di 8 pazienti deceduti trattati con placebo.

“Inoltre, sulla base dei partecipanti arruolati con viral sequencing data (circa il 40%), molnupiravir – sempre secondo la Merck – ha dimostrato un’importate efficacia nelle varianti virali Gamma, Delta e Mu. L’incidenza di ogni evento avverso è risultata comparabile nei gruppi trattati con molnupiravir e con placebo (rispettivamente 35% e 40%). Allo stesso tempo, l’incidenza di eventi avversi legati al farmaco è risultata comparabile (12% e 11%, rispettivamente). Un numero di pazienti inferiore ha interrotto la terapia nel gruppo di controllo trattato con molnupiravir (1,3%) rispetto al gruppo trattato con placebo (3,4%). “Le terapie antivirali che possono essere assunte a domicilio senza una ospedalizzazione del paziente – ha spiegato Wendy Holman, amministratrice delegata di Ridgeback Biotherapeutics – rappresentano oggi un’opzione terapeutica fondamentale. Siamo orgogliosi”.

Sul fronte antivirali anche Roche e Pfizer stanno lavorando per sviluppare un antivirale efficace e i trial sono in corso. Pfizer ha avviato uno studio di media-lunga durata per testare il suo farmaco orale per la prevenzione del Covid-19 tra chi è stato esposto al virus, impendendo, come fanno i vaccini per intramuscolo, che la malattia diventi grave. La società ha dichiarato che studierà il farmaco orale in circa 2.660 adulti in buona salute, che abitano ciascuno nella stessa abitazione di un soggetto positivo al Covid-19. L’esperimento testerà l’efficacia di una bassa dose del principio attivo ritonavir, un vecchio farmaco largamente usato in combinazione con altri medicinali per il trattamento dell’Hiv. Pfizer aveva anche affermato all’inizio di questo mese di aver avviato uno studio di fase medio-tardiva sul ritonavir per il trattamento del COVID-19 in pazienti adulti sintomatici non ospedalizzati. Per quanto riguarda Roche secondo l’azienda sono positivi gli esiti dello studio di fase II/III, che ha coinvolto Ronapreve, il trattamento anti-Covid, in pazienti ospedalizzati. Dai risultati, diffusi da Roche, Ronapreve ha ridotto significativamente la carica virale entro sette giorni dal trattamento nei pazienti che non hanno sviluppato una risposta immunitaria naturale. I dati clinici integrano i risultati precedenti in ambito ospedaliero, compresi quelli dello studio condotto dall’Università di Oxford nel Regno Unito.