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L’arresto di Puigdemont mette a rischio la pace tra Madrid e Barcellona: “Parte dei catalani non vuole il dialogo con chi li perseguita”

“Puigdemont non smette di essere un simbolo e il governo catalano ha sempre difeso gli esponenti indipendentisti, che ritiene perseguitati dalla giustizia spagnola”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Toni Rodon, politologo esperto della questione catalana all’Università di Barcellona Pompeu Fabra. E la volontà di Madrid di arrivare all'estradizione può minare la 'mesa de diálogo'

Al suo rientro al Parlamento europeo, Carles Puigdemont è stato accolto da un plotone di giornalisti e fotografi, insolitamente numerosi per un’ordinaria riunione della commissione Commercio internazionale dell’Eurocamera. La vicenda dell’ex presidente della Generalitat catalana, arrestato e subito rilasciato ad Alghero, continua suscitare interesse in Spagna e a condizionare la politica del Paese. E a rischio sono ora le manovre di riavvicinamento in corso tra Madrid e Barcellona sulla questione catalana.

Estradizione improbabile
Sul piano personale, il leader indipendentista non ha molto da temere: prova ne è la promessa di tornare in Sardegna il prossimo 4 ottobre per presenziare all’udienza al tribunale di Sassari che deciderà sulla sua estradizione. Un’ipotesi molto remota, a giudicare dalla sicurezza ostentata dal suo entourage legale.

Come ha spiegato l’avvocato Gonzalo Boye in conferenza stampa ad Alghero, la posizione dell’ex presidente catalano è salda grazie alla giustizia comunitaria. Come eurodeputato, Puigdemont godrebbe di immunità parlamentare, che però è stata revocata con un voto dell’Eurocamera a marzo 2021. Il Tribunale dell’Unione europea, organo della Corte di giustizia dell’Ue, era intervenuto a giugno, sospendendo la decisione e quindi conferendo nuovamente l’immunità all’ex presidente e ad altri due europarlamentari indipendentisti, Toni Comín e Clara Ponsatí.

Lo stesso Tribunale aveva poi riattivato la revoca a luglio 2021, ma soltanto perché i tre non correvano rischi: il mandato d’arresto europeo che la giustizia spagnola aveva spiccato nei loro confronti nel 2019 era stato sospeso. Così almeno aveva comunicato l’Avvocatura di Stato di Madrid allo stesso Tribunale. A quanto pare, senza accordo previo con il Tribunal Supremo, l’organo che istruisce la causa e che ha mantenuto valida la richiesta, eseguita poi dalle forze dell’ordine italiane il 23 settembre. “È un caso di forum shopping. Il Supremo ha scelto la giurisdizione nazionale che riteneva più conveniente per tentare l’estradizione”, l’accusa del legale.

Il caso politico oltre la vicenda giudiziaria
Se a livello giudiziario l’arresto di Alghero ha comportato per Puigdemont poco più del fastidio di una notte in carcere, potrebbero essere molto più profonde le conseguenze politiche nel processo di riavvicinamento tra Spagna e Catalogna. Tra il governo di Madrid, guidato dal socialista Pedro Sánchez, e la Generalitat de Catalunya è in corso un tavolo di trattative ufficiale chiamato mesa de diálogo. L’obiettivo è disinnescare il conflitto esploso nell’ottobre 2017 con il referendum indipendentista e trovare una soluzione accettabile per entrambe le parti. Un percorso già molto difficile, perché tra le 45 richieste dei catalani ci sono un’amnistia per tutti i protagonisti del tentativo di secessione e il diritto all’autodeterminazione tramite referendum. Sul primo punto potrebbe alla fine trovarsi un accordo, ma il secondo è evidentemente inaccettabile per l’esecutivo spagnolo.

I momenti di forte coinvolgimento dell’opinione pubblica non favoriscono di certo il dialogo. La notizia dell’arresto di Puigdemont ha scatenato proteste di piazza a Barcellona e le alte cariche della Generalitat, dal presidente Pere Aragonès al suo vice Jordi Puigneró, si sono precipitate in Sardegna per esprimere la propria vicinanza. “Puigdemont non smette di essere un simbolo e il governo catalano ha sempre difeso gli esponenti indipendentisti, che ritiene perseguitati dalla giustizia spagnola”, spiega a Ilfattoquotidiano.it Toni Rodon, politologo esperto della questione catalana all’Università di Barcellona Pompeu Fabra.

“Sulla mesa de diálogo il governo regionale è diviso in due. Una parte la vede come un’opportunità di cui approfittare, l’altra la considera una perdita di tempo perché non c’è modo di dialogare con chi ti perseguita politicamente e giudiziariamente”. Le due fazioni corrispondono alle due “anime” della Generalitat: il partito Esquerra Republicana de Catalunya, di cui fa parte il presidente Aragonès, è fautore della linea morbida e i suoi deputati al Congresso di Madrid garantiscono nelle votazioni cruciali la maggioranza a Pedro Sánchez. Al contrario il partito di Puigdemont, Junts per Catalunya, vorrebbe un confronto più acceso e nell’ultima campagna elettorale catalana aveva promesso di “attivare” la dichiarazione d’indipendenza promulgata il 27 ottobre 2017 e mai concretizzata.

Il dibattito di fondo interno all’indipendentismo, secondo Rodon, riguarda la postura da adottare con un interlocutore che sul tema dell’indipendenza non vuole trattare. “Meglio mostrare un atteggiamento conciliatorio o piuttosto reagire a muso duro?”, si chiede l’accademico. Carles Puigdemont ha già scelto e non perde occasione per ribadirlo: “Nel futuro della Catalogna, non c’è spazio per la Spagna”.