Diritti

Sui morti in carcere a Modena non bisognava chiudere così presto

Due notizie di segno opposto arrivano dal mondo penitenziario italiano. A Firenze il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio per tortura per dieci agenti di polizia penitenziaria accusati di aver usato violenza contro alcuni detenuti in tre diversi episodi, avvenuti tra il 2018 e il 2020. Chiede, inoltre, il rinvio a giudizio per falso in atto pubblico per due medici che avrebbero mentito sulle reali condizioni di salute dei detenuti portati in infermeria dopo i presunti pestaggi, al fine di coprire i poliziotti. A Modena, invece, il giudice per le indagini preliminari dispone l’archiviazione del procedimento relativo alla morte di otto persone detenute (i morti sono stati in tutto nove) avvenuta all’indomani delle note rivolte del marzo 2020. Otto persone, tutte di origine straniera, per le quali le famiglie non sapranno mai quel che è accaduto.

Come si ricorderà, all’indomani dell’improvvisa chiusura dei colloqui con i famigliari a causa del lockdown scoppiarono rivolte in circa cinquanta istituti di pena italiani. Il terrore si era diffuso tra chi viveva in carcere, sia per l’impossibilità di rispettare le norme di igiene e distanziamento sociale che venivano indicate dalle autorità quali essenziali per la prevenzione del virus, sia per la mancanza di notizie sullo stato di salute dei propri cari. Durante le rivolte, in alcune carceri furono assaltate le infermerie, luoghi che nell’immaginario carcerario custodiscono pezzetti artificiali di felicità e oblio. Alcuni detenuti ingerirono dosi eccessive di metadone. Un comportamento tragico e ignorante dei propri effetti, evidente segno di un’umanità disperata.

Sono stati presentati alcuni esposti relativi alla presunta repressione violenta delle rivolte in diverse carceri. Ci auguriamo che le relative indagini facciano al più presto chiarezza sull’accaduto. L’associazione Antigone è coinvolta in vari di questi procedimenti. Così come era coinvolta in quello relativo al carcere di Modena, dove si è vissuta la situazione più drammatica con la perdita di nove vite umane. Cinque persone sono morte nel medesimo istituto, mentre altre quattro dopo essere state trasferite altrove con il consenso medico. Il 18 marzo del 2020, pochi giorni dopo l’accaduto, Antigone aveva depositato un esposto contro la polizia penitenziaria e il personale sanitario per omissioni e colpe per il decesso dei detenuti.

Antigone è stata più volte ammessa come parte civile nei procedimenti che riguardavano gravi episodi accaduti in carcere. Un’associazione che da tanti anni si occupa di tutelare i diritti delle persone recluse, è sempre stato il ragionamento dei magistrati, è parte in causa quando accadono fatti che, qualora accertati, costituirebbero una grave violazione di tali diritti.

Nel disporre l’archiviazione, il Gip di Modena ha invece scritto che né Antigone né il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale hanno voce in capitolo nella questione in oggetto. Entrambi si erano opposti all’archiviazione, ma il Gip afferma che deve essere dichiarata l’inammissibilità di tali atti oppositivi in quanto provenienti da soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati. Una visione ristretta se riferita a decessi avvenuti in custodia della pubblica autorità, ma soprattutto in conflitto con altrettante decisioni di segno opposto prese da altri tribunali.

Otto vite umane sono andate perdute, alcune delle quali durante un trasferimento verso altre carceri, nei giorni dopo la rivolta. Non vogliamo pensare che valgano di meno perché erano vite di persone detenute. Otto vite umane, una in fila all’altra. Nessuno voleva anticipare le indagini e puntare il dito su responsabilità specifiche di qualcuno. Ma non bisognava chiudere così presto, così rapidamente.