Televisione

Pippo Baudo, il maestro della televisione ‘nazional-popolare’, compie 85 anni

Non ho idea se e quando Pippo Baudo abbia incontrato nelle sue vaste letture i Quaderni del Carcere di Antonio Gramsci. Certamente non prima del gennaio 1987 quando l’allora presidente della Rai, il socialista Enrico Manca, per attaccare Baudo, che stava conducendo Fantastico 7 e aveva ospitato un numero feroce di Beppe Grilo sulla propensione, diciamo così, dei socialisti a rubare, qualificò come nazional-popolare il suo programma aggiungendo l’invito, per non lasciare margini di dubbi, “a non prendere la definizione per un complimento”.

Baudo ci rimase malissimo e alla fine dell’ultima puntata di quel programma, che era collegato con la Lotteria Italia, prima dell’estrazione dei numeri, rispose al suo presidente con queste parole: “Considero questa definizione un’offesa. Il presidente Enrico Manca rilascia spesso interviste, anche troppe. Vuol dire che d’ora in poi farò programmi regionali e impopolari”. L’accusa di Manca e la replica di Baudo si fondavano su una fallace interpretazione di Gramsci che attribuiva invece una rilevanza enormemente positiva a quella qualificazione la cui mancanza, nella cultura italiana del suo tempo, era ritenuta, dal pensatore sardo, ragione di un fatale distacco tra intellettuali e popolo.

Manca, a sua insaputa, aveva ragione nel qualificare nazionale e popolare la tv di Baudo, mentre il conduttore aveva torto, sempre a sua insaputa, ad offendersene. Lo avrebbe capito nel giro di un anno quando sbarcato nelle reti di Berlusconi vive una estraneità culturale, prima ancora che professionale, in quel mondo televisivo della dismisura, carico di tette al vento e linguaggi sboccati, dove si andava costruendo una nuova antropologia in cui stravaganze e assoluta ordinarietà avrebbero sostituito le eccellenze e le rarità.

Baudo lascia in anticipo le tv di Berlusconi perdendo molti soldi, ma risparmiando la faccia. Quella faccia che aveva costruito in decenni di tv elegante, rassicurante, compiaciuta della sua qualità, messaggera di un’Italia ideale, colta ma non saputa, di successo, ma non arrogante, di qualità, ma non irraggiungibile. Insomma “il baudismo” come fase suprema del democristianismo.

Lo riconoscerà lo stesso Baudo un po’ di anni dopo quando definirà il suo Festival di Sanremo del 1996 “uno spettacolo nazionalpopolare nel senso gramsciano del termine”. In realtà non era più così: del resto, si sa, l’uccello di Minerva si alza in volo di notte, la realtà perviene alla consapevolezza di sé quando scompare, e così quando Baudo fa pace con Gramsci la sua tv non era più quella gramsciana.

Ma lo era stata. L’Italia del postboom, quinta potenza mondiale, l’Italia del bel canto e dell’eleganza, il paese delle autostrade e dei campanelli, della vicinanza all’America, ma anche alle radici, del merito e della gratitudine, del sud che aspira al progresso e che ironizza su se stesso, insomma il trionfo della mediazione alta e più inclusiva possibile. Questo modello Baudo lo costruisce con una sapienza tecnica ineguale. Ha fiuto, scopre talenti ovunque, dà loro vetrine straordinarie, inventa il contenitore o comunque ne diventa l’interprete più convincente con Domenica in.

Questo modello entra in crisi quando compare L’Altra domenica di Renzo Arbore. Un’altra tv, dell’improvvisazione, della imprevedibilità, delle storpiature, dell’ironia sistemica, dei margini: lì la mediazione inclusiva, qui la smagliatura, l’auto-emarginazione, il piacere delle diversità. Era pur sempre una tv autoriale, impastata di talenti. Ma non aspirava all’universalità, non alla mediazione, non voleva essere né nazionale né popolare.

Baudo dopo la catastrofica esperienza con le tv di Berlusconi ritorna in Rai e ricomincia da Rai3 con modestia, con la sua consueta impareggiabile bravura. Usa i temi della nostalgia e della memoria. La tv è cambiata, la società italiana e occidentale sono cambiate, si consuma il rovesciamento apparente: lo spettatore diventa protagonista, la vita comune, nella sua quotidianità diventa l’oggetto della narrazione televisiva di massa, la mutazione antropologica è consumata.

Adesso è il modello Baudo “l’altra tv”, lo si cerca, lo si invoca, ma non sono certo che se ne avverta ancora il bisogno nei desideri nazionali e popolari quanto, invece, tra chi non si rassegna all’appiattimento e alla banalizzazione delle tv generaliste. Buon compleanno, Maestro!