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Israele-Palestina, alla base della narrazione delle violenze resta un pregiudizio perverso

Si dice che la violenza in Medio Oriente non finirà mai, ma ciò che la legittima da quasi un secolo è la ripetizione instancabile di un pregiudizio perverso: i palestinesi attaccano perché sono dei selvaggi, Israele “si difende” perché è civile. È quello che hanno implicitamente riaffermato le destre in piazza a Roma assieme ai 5Stelle e al Partito Democratico, che per bocca di Enrico Letta ha attribuito ai palestinesi la generica responsabilità per le violenze in atto.

Ripercorriamo i fatti: sentenze israeliane hanno dato ragione a decine di cittadini di nazionalità ebraica che chiedono di prendere possesso delle abitazioni di centinaia di palestinesi a Gerusalemme. I vecchi residenti ebrei le avevano abbandonate durante la guerra di fondazione contro i confinanti paesi arabi del 1948, poiché la Giordania era riuscita a impedire allo stato ebraico di occupare il quartiere dove si trovano, Sheik Jarrah. Essendo le case rimaste vuote otto anni dopo vi si stabilirono famiglie palestinesi, a loro volta sfollate durante la guerra. Ora la polizia israeliana sta sfrattando quelle famiglie per farci tornare le precedenti, avendo preso controllo di quelle strade durante la Guerra dei Sei giorni del 1967.

La scelta dei residenti ebrei di lasciare quelle case fu dovuta alla guerra. Una lesione grave dei diritti, pure se provocata da un conflitto armato e se dimostrata, può essere riparata anche molti anni dopo i fatti. Tuttavia, se Israele fosse onesto nel voler riparare i torti o i patimenti di quegli anni applicherebbe la stessa logica alle migliaia di famiglie palestinesi che nel 1948 (o nel 1967) dovettero lasciare le loro case, oggi abitate da israeliani. Milioni di palestinesi sono sparsi per campi profughi in Palestina o nei confinanti paesi arabi da oltre mezzo secolo. Gli sfollati israeliani del 1948 sono un numero incomparabilmente minore e non vivono in campi, ma hanno case perfettamente abitabili in Israele. I profughi palestinesi chiedono da sempre il diritto al ritorno nelle loro case, al punto che enormi sculture raffiguranti chiavi sono poste all’ingresso delle loro baraccopoli. Israele rifiuta però di discutere questa richiesta, che pure ha solide ragioni nel diritto internazionale, cui lo stato ebraico sembra però puntualmente ritenersi superiore.

Questa vicenda non è un capriccio e porta al culmine un’ingiustizia storica complessiva. Le veglie di protesta palestinesi, nelle scorse settimane, sono state represse con la forza dalla polizia israeliana per accontentare poche decine di coloni ideologizzati, come del resto avviene in modo sistematico nei Territori. Il trattamento diseguale delle persone porta ovunque a rivolte e conflitti. Forse noi italiani non protesteremmo se, oltre a patire un’occupazione militare, venissimo cacciati dalle nostre case per far spazio a illustri sconosciuti? In Italia c’è chi considera un’invasione lo sbarco di alcune migliaia di migranti su un continente abitato da mezzo miliardo di persone. I palestinesi dovrebbero considerare civiltà e democrazia l’estromissione dalle loro abitazioni con la violenza, magari perché, prima che la vicenda di Sheik Jarrah avesse inizio, le destre europee hanno sterminato in Europa sei milioni di ebrei.

Matteo Salvini ha detto che Israele si sta difendendo da chi vorrebbe “cancellare la cristianità e l’Occidente”. Anche tacendo il fatto che tra i palestinesi figurano le comunità cristiane arabe, armene o assire di Gerusalemme e Betlemme, guardiamo i fatti: Benjamin Netanyahu, per proteggere la sua traballante carriera politica, ha imposto (negli stessi giorni degli sfratti) restrizioni all’ingresso della Spianata delle moschee ai musulmani (che sono tutti palestinesi) durante il Ramadan. Se vogliamo considerare arretrate le questioni religiose, non possiamo farlo solo quando riguardano gli altri – o le religioni degli altri. I credenti italiani hanno preteso e ottenuto di poter andare in chiesa nonostante la pandemia, contrariamente a chi preferisce biblioteche, teatri o musei. Che avrebbero detto se, nei giorni santi, fosse stato limitato l’ingresso alle chiese non dallo stato italiano, ma da un’autorità occupante straniera, per di più connotata dal riferimento a una diversa religione? Apriti cielo – è il caso di dirlo.

Le limitazioni israeliane alla Porta di Damasco sono state motivate come misure anti-Covid. Non c’è niente di più immorale che imporre agende politiche che possono condurre a centinaia di morti violente travestendole da misure volte a salvare delle vite dalla pandemia. I palestinesi sanno quanto Israele tenga alla loro salute, avendoli estromessi in massa dalla campagna vaccinale. I palestinesi nei Territori sono cinque milioni di persone. La Rai, Mediaset e La7 evitano di dirlo (probabilmente per le solite “ragioni di opportunità”), ma gli indubbi successi israeliani nelle vaccinazioni portano con sé quest’onta storica: la popolazione palestinese sotto amministrazione militare viene lasciata in balia del virus dal civile Israele senza batter ciglio.