Società

Da genitore ho provato anch’io a fare una riflessione sul caso del video di Grillo

Guardando il video di Beppe Grillo mi sono venute subito in mente due cose, entrambe relazionate al mio ruolo di genitore: che se il padre o la madre della ragazza che ha esposto denuncia di stupro avessero anche loro fatto un video, sarebbe stato intriso di rabbia e dolore in difesa della figlia; e che quello che Grillo dice alla fine del suo filmato, di sbattere anche lui in galera, è la frase chiave che un po’ riassume tutta la tragedia.

Ho pensato che a prescindere dal fatto che la ragazza fosse o meno consenziente, se uno dei miei figli avesse fatto una cosa del genere, e cioè fare sesso con lei a turno con gli amici, uno dopo l’altro, io ne sarei stata disgustata e mi sarei sentita colpevole. Avrei portato mio figlio prima dai carabinieri e poi da uno psicologo. Il sesso è una finestra sulla psiche e ciò che avrei visto mi avrebbe messo tanta, tanta paura. Poi me ne sarei trovato un altro per me, per capire dove e come avessi fallito e per cercare di superare il trauma di questo fallimento.

Come Beppe Grillo, e chissà forse anche come i genitori della ragazza, io appartengo alla generazione della rivoluzione sessuale, del femminismo, del “fare l’amore e non la guerra”. Ma definirci “figli dei fiori” è davvero riduttivo. La mia è anche la generazione di Arancia Meccanica, quella che dal telegiornale ha appreso i dettagli macabri dei fatti del Circeo. Sullo sfondo del movimento di liberazione ed indipendenza antiborghese, che ci ha dato il coraggio di dire no al conformismo, noi, donne cresciute negli anni Sessanta e Settanta, siamo sempre state consapevoli che lo stupro era costantemente in agguato.

Come militante del Movimento femminista nel consultorio di via dei Sabelli a Roma, ho ascoltato tante, troppe storie di violenza carnale. Ma stiamo attenti, la parola violenza implica la forza, la costrizione fisica, non fa venire in mente il raggiro, il condizionamento psicologico, la persuasione o l’ubriacatura. Anche questi erano e sono strumenti usati dai maschi, come li chiamavamo in pieno femminismo per denotare la natura animalesca dell’altro sesso, strumenti per costringere le donne a fare sesso. Era nostro compito di femministe spiegare alle donne che bussavano alla porta del consultorio l’esistenza di questo tipo di manipolazioni: lo facevamo per renderle consapevoli di essere cadute preda degli stupratori. Alcune, infatti, non avevano questa consapevolezza e venivano da noi solo quando si accorgevano di essere incinte e volevano abortire.

In risposta a chi ha scritto che se non si grida subito “al lupo, al lupo” non c’è stato stupro, suggerisco di riflettere sul fatto che è possibile non essere consapevoli di esserne stata vittima. La psiche umana gioca brutti scherzi e si porta dietro millenni di evoluzione dove le donne sono sempre state una preda sessuale. Sulla base della mia esperienza durante quegli anni di lotta per l’emancipazione femminile, posso dire che spesso le donne che non denunciavano lo stupro lo facevano non perché si vergognassero o avessero paura di essere interrogate sui particolari, ma perché si auto-convincevano che se lo erano meritato, che in fondo in fondo la colpa era loro, vuoi perché avevano abbassato la guardia, vuoi perché si erano fatte persuadere.

Si parla sempre dello stupro e mai della presa di coscienza di averlo subito, ebbene questa è un’esperienza profondamente traumatica e non esiste un tempo limite per attraversarla. Non è questo il luogo dove discuterne, basta spiegare che la consapevolezza di essere stata trattata ed usata come una preda ci deumanizza, è lo stesso processo applicato dai nazisti nei campi di concentramento, o dagli schiavisti ai loro schiavi: è molto di più di un reato del codice penale, è un crimine contro l’umanità.

Un bravo genitore ha il dovere di spiegare ai figli tutto ciò. Come si discute dei pericoli delle droghe e di quelli classici del sesso, per esempio le malattie veneree e l’Aids, si deve parlare dello stupro e di tutte le sue sfaccettature. Bisogna insegnare ai figli che non siamo animali, che possediamo la consapevolezza delle nostre azioni e che il sesso non è un gioco di gruppo ma un incontro di piacere reciproco, e bisogna dir loro che la violenza carnale è sempre in agguato.

Qualunque sarà l’evoluzione di questa brutta storia, genitori e figli dovranno convivere con il trauma che ha prodotto. Pensare che una vittoria giuridica sia in grado di cancellarlo per alcuni ed ingigantirlo per altri è un’illusione. Un genitore che ha guardato nell’abisso della psiche dei figli e ha visto di cosa sono capaci non dimenticherà mai ciò che visto, ma anche per i figli aver commesso e subito azioni deumanizzanti è una ferita esistenziale che non scomparirà mai.