Calcio

SuperLeague, lo scenario è drammatico: il ‘calcio-lusso’ è servito

Immaginiamo che la Brexit della Superleague vada in porto. Che cioè i club ribelli della Premier League, della Liga spagnola e della Serie A perseverino nel loro progetto e non cedano alle minacce dell’Uefa. Immaginiamo di conseguenza che l’Uefa, indifferente ai prevedibili problemi riorganizzativi e alle altrettanto inevitabili battaglie legali, decida di applicare la linea più intransigente e dura e, in simbiotico accordo con le federazioni nazionali, decreti la loro esclusione dai campionati, sia europei che nazionali.

Ora, zoomiamo sulla Serie A. Nel nostro caso, con un campionato già annichilito dal Covid, con gli stadi vuoti, con le squadre alla canna del gas economico e un oggettivo disorientamento delle tifoserie (ma anche degli sponsor), ci si ritroverebbe a ridisegnare la classifica. Senza il dominio milanese e torinese, sarebbe l’Atalanta a godersi il primato, seguita a ruota da Napoli, Lazio, Roma, Sassuolo e Verona, mentre nessun cambiamento si avrebbe in zona retrocessione: le ultime tre sono Crotone, Parma e Cagliari. Resterebbero in 17, a sette partite dal termine del campionato.

Ed è probabile che, per evitare sanguinosi e dispendiosi ricorsi e controricorsi, si arriverà ad un compromesso: la retrocessione verrà graziata, in modo che il campionato successivo si possa disputare sempre con venti squadre, le 17 rimaste dopo l’epurazione di Juve, Milan e Inter più le prime tre di serie B promosse in A, altrimenti scoppierebbe la rivolta delle squadre che in B hanno investito milioni per sperare di conquistare la massima serie, penso per esempio al Monza di Berlusconi e Galliani…

Lasciamo da parte l’etica e la morale dello sport, badiamo al sodo, che è poi la molla della ribellione. I quattrini. I bilanci. Le prospettive. La privatizzazione delle sfide di alto livello. La prima grana che la Lega di serie A dovrà affrontare, nell’ipotesi della Grande Esclusione, sarà l’ovvia reazione (legale) di Dazn, la pay tv che ha detronizzato Sky sborsando 840 milioni per i diritti tv della serie A. Senza Juventus, Inter e Milan, sarebbero soldi gettati al vento. I tre club, infatti, muovono il 75 per cento dei capitali di serie A, hanno il maggior numero di tifosi e dispongono delle “rose” più quotate. Ci sarebbe un crollo dell’audience.

Un esodo dei telespettatori verso la tv che invece garantirà i diritti di trasmettere gli incontri della Superleague: vuoi mettere il fascino travolgente delle partite fra Arsenal, Atletico Madrid, Barcellona, Chelsea, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City e Manchester United, Milan, Real Madrid, Tottenham, rispetto a quello di Spezia-Benevento o Sassuolo-Crotone, o Torino-Genoa? Lo scenario è drammatico. I campionati diventerebbero assai meno influenti e perderebbero gran parte dei ricavi da parte di investitori e pubblico. E’ ciò che è successo negli Stati Uniti, con la Nba… mica fantascienza. Ma storia dello sport di vertice.

Perciò è chiaro che Dazn vorrà indietro gran parte dei soldi di un contratto che secondo lei non ha rispettato i patti. Perché senza le tre squadre che complessivamente hanno conquistato 72 scudetti (36 la Juventus, 18 ciascuna Inter e Milan) mentre altre tredici squadre ne hanno vinti 44 (Genoa 9, Torino, Bologna e Pro Vercelli 7, Roma 3, Fiorentina, Lazio e Napoli 2, Cagliari, Casale, Novese, Sampdoria e Verona 1) significa abbassare la qualità del torneo e fragilizzarne le prospettive. In un futuro del genere, le squadre provinciali sarebbero preda degli speculatori, soprattutto stranieri, come del resto sta già in parte avvenendo con le più recenti acquisizioni (vedi La Spezia e Parma).

Il progetto Superleague è stato subito demonizzato dai giornaloni che vi vedono intenti poco nobili. Ma è pur vero che “fare calcio oggi è assai difficile”, come ha ricordato Giovanni Carnevali, amministratore delegato del Sassuolo, “le squadre più grandi hanno più perdite e il sistema va rivisto”, ammette, “ma nello sport ci deve essere meritocrazia. Stravolgere la storia del campionato non è facile”.

Per qualcuno si tratta di un’operazione “rozza”: secondo Mario Sconcerti, figlio di un noto procuratore del pugilato e tifoso della Fiorentina, corsivista del Corriere della Sera, il cui proprietario Umberto Cairo è anche il padrone del Torino (la rivale della Juve). Un commento severo, assai poco neutrale… sta di fatto che la Borsa ha accolto il progetto con molto entusiasmo, infatti le azioni della Juventus sono schizzate su dell’8,5 per cento nonostante la sconfitta a Bergamo dei bianconeri con l’Atalanta.

E’ uscita allo scoperto la potenza globale finanziaria di JP Morgan che ha confermato di finanziare la “nuova lega antagonista dell’attuale Champions League”, si parla già di un contributo una tantum di 3,5 miliardi di euro, e altri 2,5 arriverebbero da numerosi fondi d’investimento (molti dei quali americani), il che significa dotare i venti club di Superleague (15 membri fondatori, cinque “invitati”) di una dotazione iniziale di almeno 300 milioni. Sono cifre che stravolgeranno il mercato ed indurranno i giocatori migliori ad accettare gli ingaggi di questo eldorado del pallone, contribuendo così a depauperare i campionati europei.

Non c’è dubbio che la Superleague abbia radici concrete nel business, e che sia un chiaro tentativo di creare un cartello. Si tratta d’affrontare un discorso di trust e antitrust, non a caso tra i primissimi a stigmatizzare la Superleague sono addirittura il presidente francese Macron, il premier britannico Johnson, i tedeschi, il presidente del Consiglio Draghi e il segretario del Pd, Letta. Tuttavia, gli studi di previsione che Florentino Perez, l’imprenditore proprietario del Real Madrid, Joel Glazer, copresidente del Manchester United ed Andrea Agnelli, presidente della Juventus che si è dimesso domenica dall’Uefa e dalla carica di presidente dell’Eca (l’associazione delle squadre europee che raggruppava 246 club: la Juve ha seguito il suo patron), sono chiari.

Il progetto iniziale – un programma di partite infrasettimanali con le 20 squadre suddivise in due gruppi (c’è già il sito ufficiale, il logo The Super League domina la parte sinistra della homepage) – prevede il via ad agosto. Alle 15 squadre fondatrici se ne aggiungeranno ogni anno le 5 che hanno ottenuto i risultati migliori. Le prime tre classificate di ogni girone approderanno ai quarti di finale mentre le quarte e le quinte si affronteranno (a/r) per conquistare gli ultimi due posti dei quarti. Finale a gara secca, programmata per la fine di maggio (guarda caso, più o meno come la Champions…), da disputarsi in uno stadio neutrale. A proposito degli stadi, il piano è che tutte le squadre fondatrici ne siano proprietarie.

I membri della Superleague giurano e spergiurano di non volere uscire dai campionati, anzi: “In questo momento critico ci siamo riuniti per consentire la trasformazione della competizione europea, mettendo il gioco che amiamo su un percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo ai tifosi e agli appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, che fornisca un esempio positivo e coinvolgente”. Dicono di non volere sabotare i campionati. Ma è chiaro che questo torneo affosserebbe la Champions, e pure l’eventuale cambiamento di format appena varato dall’Uefa. Poche squadre di altissima qualità, fanno capire, meglio di tornei sfiancati da partite inutili, tra club dal passato e dalla gloria assai diversi. Un ragionamento, se vogliamo, classista. Il calcio-lusso.

In realtà, i club che si autodefiniscono i migliori hanno paura delle squadre, come l’Atalanta, che sono riuscite a creare un modello aziendale e sportivo di altissimo livello con investimenti relativamente modesti e una gestione oculata delle risorse a disposizione. La squadra bergamasca ha, per esempio, un monte ingaggi sette volte inferiore a quello della Juventus ma è altrettanto competitiva. Significa che il livello medio dei calciatori si avvicina a quello dei fuoriclasse o presunti tali. Salvo che costano dieci volte di meno.

I supercampioni che fanno la differenza, ormai, sono come le Ferrari e le Lamborghini: possono essere comprati solo da chi dispone di grandi mezzi finanziari. E da chi si può permettere di pagare ingaggi esagerati. Ronaldo guadagna più di tutto il Crotone. O del Benevento. O dello Spezia. Dove si muovono quelle squadre, si muovono i soldi. Diciamo che non c’è… partita.