Diritti

Positiva al Covid a Rebibbia e in isolamento da giorni. La storia di Giuseppina deve far riflettere

31 Marzo: “Ho preso il Covid, mi trasferiscono”.

1 Aprile: “Sono in isolamento. Nella mia stanza c’è un letto e un wc. Mi hanno dato una piastra per scaldare l’acqua e una bacinella per lavarmi il viso e farmi il bidè. Ho tagliato le bottiglie di plastica così posso utilizzarle per versarmi l’acqua addosso. Sono due settimane che non mi concedono una doccia. Ci si abitua a tutto pur di sopravvivere”.

Sabato scorso ricevo questi messaggi. Me li manda Rossella Anitori, sono di sua madre dal carcere di Rebibbia. Giuseppina Cianfoni ha 65 anni, dal 26 gennaio è nella Sezione Camerotti dell’edificio femminile del carcere romano. Quando chiamo Rossella per farmi raccontare tutto sento in sottofondo il pianto di un neonato: “È la mia bimba, ha sette mesi, posso richiamarti?”. Come me Rossella è diventata mamma da poco. La nostra conversazione è continuamente interrotta. C’è la bimba da seguire e in più sono giorni concitati perché Rossella sta cercando di portare alla ribalta la storia di mamma Giuseppina, che è anche la storia di molte detenute che stanno contraendo il virus.

“Scusa devo parlare con l’avvocato”
“Scusa mi sta chiamando il garante dei detenuti”
“Valentina, perdonami, c’è mamma sull’altro telefono”
Mi immedesimo in questa giovane mamma, preparata e gentile, che deve mantenere la lucidità per il bene della sua bimba, nonostante da giorni stia convivendo con l’angoscia di ricevere brutte notizie da Rebibbia.

Quando finalmente riesce a fermarsi e a spiegarmi tutto, la prima cosa che mi dice è: “Mamma è vittima di un errore”. La signora Giuseppina Cianfoni è stata condannata “per fatti relativi alla sua attività che risalgono a 10 anni fa, quando dirigeva l’ufficio della Conservatoria dei Registi di Velletri”, mi racconta Rossella. “Purtroppo non è riuscita a chiarire con la Giustizia e oggi è in carcere a causa di una seconda condanna in primo grado diventata definitiva perché il suo avvocato ha erroneamente depositato il ricorso tre giorni dopo la scadenza dei termini. Quindi, capisci? Mia mamma è dentro a causa di un ricorso tardivo!”.

Il 26 febbraio scorso è stata presentata la richiesta di accedere alle misure alternative, e adesso si attende l’esito. Ma il punto della battaglia di Rossella non è la vicenda giudiziaria, e nemmeno l’oggetto della condanna di sua mamma. Il punto è che nel frattempo Giuseppina Cianfoni si è ammalata, è risultata positiva al tampone e il suo isolamento si sta prolungando più di quanto sia sopportabile per sua mamma, secondo Rossella. Mi invia il diario dal carcere che Giuseppina Cianfoni scrive quasi ogni giorno, il diario di un isolamento doloroso da cui però emergono anche dettagli di vita quotidiana in carcere che devono farci riflettere.

Rossella mi ha chiesto di condividerlo con voi e io vi chiedo di leggerlo, perché anche se siamo tutti un po’ reclusi da un anno, privati degli affetti, della nostra libertà a causa della pandemia che stiamo vivendo, non tutti abbiamo il diritto di vivere la malattia dignitosamente (fuori e dentro un carcere purtroppo). Non siamo tutti uguali. Non lo siamo mai stati, le diseguaglianze sono una piaga sociale, oggi ancor di più. E allora, provate a calarvi, come ho fatto io, nei panni di una detenuta, di un detenuto, che contrae il Covid e non solo deve convivere con la malattia e la paura che degeneri, ma deve farlo in una cella di tre metri quadrati per tre, solo con una branda e un wc, niente acqua calda corrente, un fornello da campeggio per scaldare la caraffa e una piccola bacinella blu, di quelle per sciacquare i piatti. Una detenuta non pericolosa, che non desta allarme sociale, per la quale forse si potrebbero immaginare misure alternative per scontare la pena.

Per questo Rossella ha anche scritto alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, “Mia madre non è un soggetto pericoloso. L’isolamento è un regime di detenzione estremamente duro e gravemente restrittivo della libertà personale che si utilizza come ultima ratio… A causa del Covid mia madre ha trascorso più di un mese in isolamento, dove è tutt’ora. Come possiamo lasciare che questa tragedia per lei ed altre detenute si compia? Gentile ministra chiedo l’immediata scarcerazione di mia madre, l’estensione delle misure alternative alla detenzione per quanti più detenuti e detenute possibili”.

Ecco il racconto di come si vive in isolamento se si è positivi al Covid nel carcere di Rebibbia, dal diario di Giuseppina Cianfoni.

Stralci dalle lettere di Giuseppina Cianfoni a sua figlia dal carcere di Rebibbia

22 Marzo: “Oggi 22 marzo ci hanno chiuso improvvisamente in cella senza dirci quando la riapriranno. Siamo quattro persone in 20 metri quadri con un solo lavandino intasato. Quando mi affaccio alla porta vedo le facce dietro le sbarre”.

23 Marzo: “È il secondo giorno che siamo chiuse in cella h24 e le cose sono già cambiate. Ieri per una sciocchezza si sono infiammati gli animi e sono volate le sedie. Per fortuna oggi le cose sono rientrate ed è tornata la tranquillità. In cella con me c’è una ragazza a cui mi sono affezionata, è stata abbandonata dalla mamma quando aveva 8 anni e ha avuto una vita molto difficile. Fuori ha un figlio di 10 anni che non vuole vederla. Lei gli scrive continuamente delle lettere e le mette da parte sperando che un giorno le leggerà. Ieri le ho insegnato a fare le parole crociate e ci è riuscita, non le sembrava vero, era piena di gioia. Quante vite buttate qua dentro! Se potete per Pasqua mandatemi 15 cose uguali, caramelle o cioccolate, da regalare ad ogni cella. Mandatemi tutto in un pacco perché qui voi, ormai, non potete più entrare perché c’è il Covid”.

24 Marzo: “Sono le sei del mattino e la stanza è invasa dal sole a righe, dormono tutte perché la sera si fanno fare siringhe piene di medicinali e tranquillanti per andare avanti, io no. Una compagna di cella ha fatto la pipì a letto, povera, non sta bene. L’ho aiutata a mettere le lenzuola pulite e l’ho rassicurata. Mi dicono che qui succede spesso, a molte donne”.

26 Marzo: “Oggi è il quinto giorno che siamo chiuse qui dentro. Ieri sera ci hanno fatto un tampone e poco dopo hanno portato via una ragazza che era con noi. L’hanno messa in isolamento in un altro reparto. Stamattina torneranno per farci un altro tampone perché eravamo tutte nella stessa stanza. Questa notte per la paura ho dormito poco e male”.

27 Marzo:“Oggi è il sesto giorno che siamo rinchiuse qui dentro. Siamo rimaste in due. Una compagna di cella è stata liberata. Quando va via qualcuno qui si festeggia. Hanno iniziato tutte a battere i blindi delle porte, non ti dico che baccano assurdo. È stato davvero commovente”.

31 Marzo: “Ho preso il Covid, mi trasferiscono”.

1 Aprile: “Sono in isolamento. Nella mia stanza c’è un letto e un wc. Mi hanno dato una piastra per scaldare l’acqua e una bacinella per lavarmi il viso e farmi il bidè. Ho tagliato le bottiglie di plastica così posso utilizzarle per versarmi l’acqua addosso. Sono due settimane che non mi concedono una doccia. Ci si abitua a tutto pur di sopravvivere”.

2 Aprile: “Mi hanno trasferito al primo piano. Ho ritrovato quasi tutte le persone che conoscevo. Tutte recluse in quarantena. Quando sono passata mi chiamavano: ‘Pina! Pina! Anche tu! Anche tu!'”.

7 Aprile: “Le giornate in isolamento si sono allungate a dismisura. A volte parlo con le dirimpettaie, ma poche parole: ‘come stai?’, ‘che fai?’ e altre stupidaggini. C’è troppa lontananza e troppe sbarre di ferro che ci dividono. A volte non riusciamo neanche a vederci”.

12 Aprile: “Oggi hanno chiuso anche i blindi e non ci possiamo più vedere. È una settimana che ho dolore alle orecchie. Ne ho parlato con il medico del carcere che mi ha prescritto una terapia antibiotica, ma la sola cosa che ho ottenuto sono state due pasticche di paracetamolo. L’ultima volta che ho visto qualcuno è stato quattro giorni fa, quando è passata la psicologa del carcere ma è rimasta poco, qualche minuto perché aveva paura di infettarsi. Ne ho fatto richiesta e forse domani tornerà. Oggi mi hanno consegnato uno shampoo e un bagnoschiuma, ma non so che farci. Nel catino che ci hanno dato c’entrano a malapena i piedi. Di una doccia neanche a parlarne, solo le negative possono farsela. Ora siamo in troppe ad avere il Covid”.