Cinema

Judas and the Black Messiah, storia vera tradotta in action-drama epico candidato a sei Oscar

Uno specchio cinematografico di cocente attualità che si presenta al pubblico italiano dal 9 aprile su tutte le possibili piattaforme e canali on demand

Nella Chicago black del 1968 “il distintivo fa più paura della pistola”. Per questo il ladro d’auto William O’Neal preferisce fingersi agente dell’FBI: qualche minaccia ben pronunciata e il furto è servito. Ma un giorno sono i federali a incastrare lui, che barattano la sua libertà in cambio della coscienza: infiltrarsi nelle Black Panthers e spiarle al soldo governativo. Il clima è rovente, le Pantere guidate dall’astro nascente Fred Hampton stanno strutturandosi come movimento di riferimento per tutti i gruppi armati African-american, la politica di odio del Ku-Klux Klan non perde colpi e si presta al perfido gioco dell’allora potente capo del Bureau, il ben noto J. Edgar Hoover.

Hampton, appena ventenne e denominato The President, è venerato dai suoi come novello Messia dei neri: l’entrata di O’Neal, subito ribattezzato Wild Bill per la sua determinazione nella guerra contro il potere bianco, è accolta dal quartier generale nella benevola ignoranza della verità, ovvero di un Giuda traditore, la cui unica giustificazione è la minaccia dell’FBI, regolarmente rammentata dalla figura del rassicurante agente Roy Mitchell. Finirà come Vangelo comanda, ma con la coscienza dei risorti che oggi si chiama #BlackLivesMatter.

Storia vera tradotta in action-drama epico a intense tinte simboliche, Judas and the Black Messiah di Shake King è per ovvie ragioni uno dei film del momento: specchio cinematografico di cocente attualità, si presenta al pubblico italiano dal 9 aprile su tutte le possibili piattaforme e canali on demand (Apple Tv app, Amazon Prime Video, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Mediaset Play Infinity) forte di sei candidature pesanti ai prossimi Oscar, a partire da quella per il Miglior Film passando per le due interpretazioni del londinese Daniel Kaluuya e dell’americano LaKeith Stanfield, rispettivamente Fred “Messiah” Hampton e William “Judas” O’Neal, entrambi inspiegabilmente inserite tra i “non protagonisti” quando di fatto – almeno il primo, già trionfatore al Golden Globe e tra i favoriti in cinquina – possono dirsi leading characters.

Il film di King segue la scia della cine-militanza non solo black ma di tutto quel filone sui diritti civili da qualche anno tornato alla ribalta, dopo i gloriosi ’70 che mettevano l’ideologia al centro dello schermo. E, ironicamente, è sorta di spin-off se non addirittura sequel di un proprio avversario agli Oscar, Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin grazie alla figura di Bobby Seale, co-fondatore delle Pantere Nere, che in Judas and the Black Messiah resta un fuori campo di grande rilevanza narrativa.

Per quanto classico in termini d’impostazione strutturale che prevede la retorica contrapposizione tra il Male (i bianchi, il potere) e il Bene (i neri, la sovversione), il film presenta alcuni spunti interessanti nella forma adottata, capace di organizzarsi al ritmo delle onnipresenti predicazioni di President Hampton, carismatica figura di rivoluzionario moderno – purtroppo rimasto in pectore giacché assassinato a soli 21 anni – che sapeva modulare le strategie della lotta su un profondo sentire umanitario, quasi poetico. Certo, il sangue di Martin Luther King e Malcom X non era stato versato invano, ma per un giovanissimo come lui la profondità di pensiero non era scontata.