Diritti

Rapporto sulle carceri italiane: l’affollamento è ormai una questione di salute pubblica

È stato presentato questa mattina in diretta Facebook e YouTube il XVII Rapporto di Antigone sulle carceri italiane. Il Rapporto è ogni anno frutto dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia, una struttura cui Antigone ha dato vita nel lontano 1998 e che coinvolge circa cento collaboratori volontari autorizzati dal ministero della Giustizia a visitare tutte le carceri italiane per adulti e per minori. Alla presentazione hanno preso parte il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia, il Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Gemma Tuccillo e il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà Mauro Palma.

Partiamo dal dato sull’affollamento, che oggi ha cambiato natura. Non è più solo una condizione di trattamento degradante, come la Corte di Strasburgo ci aveva insegnato a considerarla, ma diventa anche una questione di salute pubblica. Alla vigilia dello scoppio della pandemia, alla fine di febbraio 2020, i detenuti erano 61.230. Alla fine di febbraio 2021 sono 53.697. In un anno i detenuti sono calati di 7.533 unità, corrispondente al 12,3% del totale. Ciò è stato dovuto più all’attivismo della magistratura di sorveglianza che non ai provvedimenti legislativi adottati in materia di detenzione domiciliare per far fronte al virus.

Ma il tasso di affollamento ufficiale è ancora pari al 106,2% e sale al 115% se consideriamo i reparti chiusi che, come emerge dalle visite di Antigone, riguardano circa 4.000 posti. Il sovraffollamento non è distribuito in maniera uniforme. Troviamo carceri con tassi invivibili. A Taranto abbiamo 603 detenuti per 307 posti (un affollamento di quasi il 200%), a Brescia 357 detenuti per 186 posti (191,9%), a Lodi 83 detenuti per 45 posti (184,4%), a Lucca 113 detenuti per 62 posti (182,3%). In calo la popolazione detenuta straniera. Gli stranieri sono generalmente autori di reati meno gravi rispetto a quelli degli italiani, ma tuttavia subiscono maggiormente la custodia cautelare. I condannati con sentenza definitiva sono infatti il 69,1% dei detenuti italiani e il 65,3% degli stranieri.

Sono le regioni più povere quelle da cui proviene la maggior parte dei detenuti, prima tra tutte la Calabria, seguita da Campania, Sicilia e Puglia. Negli ultimi 15 anni vi è stata una crescita della durata delle pene inflitte (sono solo 985 oggi le persone condannate a meno di un anno di carcere, mentre erano 3.356 nel 2005), nonostante siano in diminuzione i reati più gravi. L’omicidio volontario è ai minimi storici, essendo sceso sotto le 300 unità in un anno. Man mano che cresce la lunghezza della pena inflitta diminuisce la percentuale dei detenuti stranieri, segno del minore spessore criminale.

Il carcere costa. Il bilancio del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria è cresciuto del 18,2%, passando da 2,6 a 3,1 miliardi di euro: una cifra record negli ultimi 14 anni, che rappresenta il 35% del bilancio del ministero della Giustizia. A frequentare la scuola è solo un detenuto su tre, nonostante solo circa uno su dieci sia in possesso di un diploma. A lavorare è circa un detenuto su quattro, quasi tutti alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria impegnati in servizi domestici interni all’istituto.

Al primo marzo 2021 erano 410 i detenuti positivi al Coronavirus. I positivi nel corpo di polizia penitenziaria erano 562. Fra lo staff amministrativo i positivi erano 49. Dall’inizio della pandemia, 18 detenuti sono morti per Covid mentre i decessi fra il personale di polizia penitenziaria sono stati 10. L’incidenza rilevata delle persone positive al Covid-19 è stata in carcere più alta che fuori. Non la mortalità, vista l’età tendenzialmente giovane della popolazione detenuta. Il numero degli attualmente positivi in carcere sul numero del totale dei detenuti è più alto dello stesso dato relativo all’Italia in generale in tutti e tre i mesi nei quali Antigone lo ha calcolato, ovvero aprile 2020 (18,7 dentro e 16,8 fuori), dicembre 2020 (179,3 dentro e 110,5 fuori) e febbraio 2021 (91,1 dentro 68,3 fuori).

Dalle visite effettuate da Antigone nel corso del 2020 è emerso tra le altre cose che metà delle carceri visitate si trovava in area extraurbana e nell’11,4% dei casi non c’era mezzo di trasporto che potesse servire ai parenti in visita per raggiungerle. Nel 22,7% degli istituti visitati non sono garantiti i 3 metri quadri minimi a persona imposti dagli standard internazionali. Nel 15,9% non vi è un medico per tutte e 24 le ore. Nel 9,1% delle carceri visitate il riscaldamento non è garantito in tutte le celle, nel 29,5% non lo è l’acqua calda, nel 47,7% non lo è la doccia in cella, nel 38,6% si trovano schermature alle finestre delle celle che non favoriscono l’ingresso di luce naturale. Nel 79,5% delle carceri non c’è uno spazio di culto per detenuti non cattolici e nel 25% dei casi non vi è un ministro di culto non cattolico. Nel 15,9% delle sezioni visitate non vi sono spazi per la socialità. Nel 36,4% dei casi non è previsto l’accesso settimanale alla palestra o al campo sportivo. La presenza media settimanale degli psichiatri per 100 detenuti è 8,97 ed è di 16,56 la presenza media degli psicologi. Nel 54,5% dei casi non vi è alcuna possibilità di accedere a internet.

Nel 2020 si sono tolte la vita in carcere 61 persone. Erano quasi 20 anni che non si aveva un tasso di suicidi così elevato. Nella maggior parte dei casi si è trattato di persone giovani: l’età media è stata infatti di 39,6 anni.