Cultura

Gli scavi di Minturno sono un ottimo esempio di conservazione programmata

di Cesare Crova*

L’Italia, è noto, è ricchissima di giacimenti culturali, monumentali, archeologici, talvolta abbandonati a se stessi, perché mancano di quelle azioni minime di conservazione che se si fossero ascoltate le riflessioni di Giovanni Urbani, già Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro, avrebbero dovuto favorire il loro mantenimento.

Troppo spesso, soprattutto le amministrazioni locali, si pensa che un restauro termini con il certificato di collaudo dell’opera. E invece è proprio allora che inizia la fase più delicata, quella che, attraverso la conservazione programmata, indica le strategie da seguire perché il bene culturale possa essere perpetuato, riconoscendogli quel valore di opera d’arte che deriva dalla teoria del restauro.

L’attenzione al tempo lungo e al rischio richiedono, però, un’innovazione di processo che presuppone un profondo cambiamento di cultura operativa.

L’esperienza in atto in questo periodo pandemico negli scavi di Minturnae, antica città romana prossima al confine fluviale tra Lazio e Campania, è un esempio di buona pratica che potrebbe andare nel senso della conservazione programmata ed essere replicata anche in altri siti.

Si tratta di un gioiello poco conosciuto, una città romana molto ampia, costruita sulle rive del fiume Garigliano, con un grande anfiteatro ancora da riportare alla luce, la cui estensione, secondo i rilievi fotogrammetrici, lo rendono uno dei più importanti del territorio, addirittura pari a quello di Pompei.

La città romana fu abbandonata nel VI secolo d.C., a causa delle continue invasioni che la rendevano facilmente attaccabile, per la sua conformazione pianeggiante, e la popolazione cercò rifugio sulle colline dando vita al centro medievale di Traetto. Ciò portò Minturnae a diventare una cava a cielo aperto, come tanti siti romani, del resto. Poi tutto finì nell’oblio, finché, nella prima metà degli anni Trenta del XX secolo, Pietro Fedele promosse gli scavi, mirabilmente portati avanti dall’archeologo Jotham Johnson.

Purtroppo, dopo questa prima fase, non ci furono più quelle figure della cultura che si interessarono alla città romana, benché il Johnson avesse dato chiare indicazioni su cosa e dove scavare. Il sito archeologico, di proprietà statale, negli ultimi anni è entrato a far parte del Polo Museale per il Lazio del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo.

La perseveranza del Direttore dell’area archeologica, la dottoressa Giovanna Rita Bellini, funzionaria della Soprintendenza Abap per le province di Roma e Latina diretta dalla dottoressa Paola Refice, e la lungimiranza dell’Amministrazione Comunale di Minturno dell’allora sindaco Paolo Graziano hanno fatto sì che quest’ultima acquistasse al patrimonio pubblico degli appezzamenti di terreno sotto i quali è noto ci fosse una parte ancora intatta della città, a est, verso il fiume Garigliano.

Così nel 2020 è iniziata, a distanza di circa 90 anni dalle prime ricognizioni, questa seconda, sistematica ed importante campagna di scavi, con finanziamenti statali che hanno permesso di riportare alla luce importanti testimonianze.

Prima fra tutte la porzione della via Appia Antica, nel suo svolgersi verso il passo del Garigliano, ma anche del castrum. Possiamo definire gli attuali scavi un progetto pilota, perché grazie alle nuove tecnologie e ai social network è stato possibile creare una pagina – Antica Minturnae | Facebook – dove in diretta è possibile seguire gli esiti degli scavi, coordinati dalla stessa dott.ssa Bellini, insieme a una squadra di archeologi e documentaristi che aggiornano quotidianamente i risultati delle ricerche.

Non solo, perché gli scavi sono aperti e chiunque, previo accordo, può assistere a questo cantiere didattico.

Gli straordinari risultati fino ad ora ottenuti nei due lotti interessati si auspica possano proseguire con altre attività di scavo e riportare alla luce un pezzo della nostra storia, che aspetta da quasi un secolo di essere ripresa. Da qui, la valorizzazione del sito, che potrebbe entrare nel circuito dei grandi siti archeologici, ma anche di altri giacimenti culturali.

* Consigliere nazionale Italia Nostra, già vice presidente. Architetto presso l’Istituto Centrale per il Restauro del MiBACT, professore Associato abilitato di Restauro e Storia dell’architettura, componente del CDA del Parco Nazionale del Circeo e della Fondazione “Roffredo Caetani”, che gestisce i Giardini di Ninfa e il Castello di Sermoneta