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Con il suo viaggio in Iraq Papa Francesco dia voce ai popoli dell’area

La coraggiosa e splendida scelta del Pontefice di recarsi in Iraq consente di accendere i riflettori su una delle situazioni più travagliate, complesse e difficili del pianeta in questo momento. Non solo l’Iraq, ma tutta un’enorme regione che va dal Marocco all’Iran, dalla Turchia all’Arabia Saudita. Su tale regione si appuntano appetiti e disegni strategici delle Potenze grandi e medie, esterne e interne all’area, che agiscono tradizionalmente aggravando e fomentando le rivalità di natura etnica e religiosa, anche mediante il commercio delle armi e l’intervento militare diretto.

Il viaggio del Papa ha come tema ovviamente la salvaguardia delle minoranze cristiane presenti in Iraq, oggetto di gravi persecuzioni da parte dell’Isis, ma, conformemente all’ottica universalista e di dialogo interreligioso da lui adottata, lancia un messaggio che va ben al di là del tema ora indicato. Il tema, per dirla sinteticamente, della pace e della ricostruzione di una regione da troppo tempo tormentata e devastata da guerra e massacri. Un’ottica che diverge totalmente da quella delle Potenze presenti, compresi i Paesi dell’Unione Europea, le quali non solo paiono rassegnate allo stato della guerra perpetua, ma non fanno davvero nulla per fermarla, anzi – come accennato – la promuovono senza remore e senza vergogna.

Si parva licet basterà accennare al recente viaggio di Matteo Renzi in Arabia Saudita per omaggiare, dietro pagamento di un discreto cachet, il locale sanguinario tiranno. Il brutale regime saudita, venuto alla ribalta di recente per l’efferato assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, costituisce una delle situazioni totalmente inaccettabili presenti nell’area. La violazione dei diritti umani all’interno del Paese è quotidiana e sistematica; alle donne e ai migranti, che costituiscono la quasi totalità della manodopera, pesantemente sfruttata, è negata ogni libertà mentre sul piano internazionale il regime saudita conduce, come accennato, una guerra d’aggressione nei confronti del vicino Yemen, grazie alle cospicue importazioni di armi, anche italiane (855 milioni di euro per vari ordigni di morte, tra i quali ben ventimila bombe nel 2016 al tempo del Governo Renzi il cui export è stato in parte bloccato), su cui ha aperto recentemente un’indagine la nostra magistratura che – ci si augura – potrà condurre a risultati concreti.

Ma il sultano amante della sega elettrica è, per così dire, in buona compagnia. C’è al Sisi, anche lui a suo tempo gratificato da Renzi coll’appellativo di “grande statista”, che continua a mettere in galera e uccidere gli oppositori, facendosi beffe dell’Italia (vedi i casi Regeni e Zaki) che continua a foraggiarlo e armarlo fino ai denti. C’è Erdogan, anche lui impegnato a reprimere selvaggiamente la crescente opposizione interna e il popolo kurdo, attaccando militarmente il Rojava, e assurto al ruolo innegabile di media potenza presente militarmente nell’area dal Nagorno Karabakh alla Tripolitania. C’è Netanyahu, a capo di uno Stato che mostra sempre più la sua natura razzista e ha instaurato un vero e proprio apartheid ai danni della popolazione palestinese, come messo in luce di recente anche da un atto significativo come la rinuncia alla cittadinanza israeliana da parte dell’ex presidente Avraham Burg.

La galleria dei mostri potrebbe continuare, ma ci limitiamo qui a segnalare i principali. Il compito del Papa non è quindi facile. Vorrei permettermi di suggerirgli un elemento che certamente avrà già ben presente. L’unica strada per rispondere alle guerre, all’intolleranza religiosa, allo sfruttamento selvaggio delle persone e delle risorse, all’intollerabile sottomissione delle donne è quella di dare voce alle istanze profonde dei popoli dell’area, promuovendone l’organizzazione democratica. Gli esempi non mancano.

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Uno molto importante, sul quale ho già avuto modo più volte di soffermarmi in passato, è quello del popolo curdo. Non è un caso che quando cominciò la persecuzione dell’Isis ai danni dei cristiani e degli yazidi iracheni, furono le colonne guerrigliere del Pkk, provenienti dalle montagne al confine tra Turchia e Iraq, a fronteggiare gli “islamofascisti”, salvando molte vite e gettando le basi per la successiva vittoria contro l’Isis, costata tanto sangue, soprattutto sangue curdo.

Oggi l’Isis, fenomeno complesso sul quale ha scritto un libro davvero illuminante la giovane ricercatrice Sara Montinaro, minaccia di rialzare la testa. Ciò non è casuale, ma rientra nel gioco statunitense di cui fa parte anche il bombardamento delle milizie sciite di qualche giorno fa, col quale Joe Biden ha dato il benvenuto nella zona a Papa Francesco. Gioco nel quale si inseriscono anche Erdogan e il principe saudita, da sempre grandi sponsor dell’Isis e di altre milizie fondamentaliste, delle quali condividono la visione oscurantista e fondamentalista dell’Islam.

Altro che bastione occidentale di renziana memoria. Del resto c’è chi per qualche decine di migliaia di euro non teme di esporre al ridicolo se stesso e le disgraziate istituzioni, in questo caso italiane, di cui purtroppo fa ancora parte.