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Il viaggio del Papa in Iraq è un pellegrinaggio, ma anche un evento altamente politico

Papa Francesco si riaffaccia sulla scena internazionale. È una missione al centro nevralgico della “terza guerra mondiale a pezzi”, che Bergoglio ha denunciato sin dall’inizio del suo pontificato come tema cruciale del XXI secolo. Il viaggio in Iraq, che comincia venerdì e si concluderà lunedì, metterà alla prova il fisico del papa 84enne che in tre giorni appena si muoverà tra Baghdad, Najaf, Nassiriya, Ur, Mosul, Erbil, Qaraqosh, incontrando i fedeli cattolici e le autorità politiche di un paese distrutto dalla guerra e lacerato da conflitti, dialogando con il leader spirituale degli sciiti iracheni al-Sistani, confrontandosi con i dirigenti della regione autonoma curda, provando l’emozione di trovarsi ai piedi della piramide a gradoni di Ur – vecchia di quattromila anni – nel luogo da cui la tradizione fa partire Abramo diretto verso la Terra Promessa.

Il volo in Iraq – rompendo il digiuno degli spostamenti imposto dalla pandemia – è un pellegrinaggio religioso e al tempo stesso un evento altamente politico. La missione si colloca nella linea di Giovanni Paolo II, che voleva visitare la terra di Abramo già in occasione del giubileo dell’anno 2000, ma soprattutto è stato uno strenuo oppositore della guerra all’Iraq scatenata da George W. Bush in alleanza con Tony Blair. Se oggi un papa romano può presentarsi a viso aperto in Iraq, parlando a tutte le etnie, correnti religiose e nazionalità, è perché Karol Wojtyla nel 2003 contrastò attivamente l’aggressione di Bush motivata dall’affermazione falsa che Saddam Hussein possedesse armi di distruzione di massa. Il papa polacco mobilitò la diplomazia vaticana in tutto il mondo, riunì intorno a sé le principali Chiese, si attivò perché Stati cattolici come il Messico e il Cile impedissero nel Consiglio di sicurezza dell’Onu il formarsi di una maggioranza a favore dell’intervento di Bush.

Su questa linea il papa argentino è andato avanti con la propria forza e creatività. Wojtyla diceva che l’Islam non deve diventare il “nemico” per eccellenza nel XXI secolo e Bergoglio ha firmato il patto di fratellanza tra cristianesimo e islam con il grande imam di Al Azhar, centro spirituale dei sunniti, ha allacciato relazioni con il presidente-teologo sciita iraniano Rohani e sabato incontrerà il leader sciita al-Sistani.

Nel cuore del Medio Oriente, straziato per anni dal terrorismo fondamentalista dell’Isis, Francesco viene per ribadire che le religioni devono collaborare insieme in uno spirito di fratellanza e contrastando ogni fondamentalismo. Nel segno dell’eguaglianza civile e della giustizia sociale. “Il Papa non viene a difendere e proteggere i cristiani… non è il capo di un esercito – ha dichiarato il patriarca caldeo cardinale Luis Raphael Sako – Francesco incoraggerà i cristiani, porterà loro conforto e speranza per aiutarli a perseverare, a sperare e anche a collaborare con gli altri cittadini”. Ma il Papa non viene per alimentare lo spirito di fazione: “Viene per tutti gli iracheni, non solo per i cristiani. Sa che tutti hanno sofferto, non solo i cristiani”.

In uno dei grandi epicentri di crisi internazionale Francesco arriva portando il messaggio che Dio è padre di tutti e che tutti i figli di Dio vanno salvaguardati e rispettati: che siano maggioranza o minoranza, sunniti o sciiti, ebrei, cristiani, yazidi, seguaci di altre visioni del mondo. Ma nella “terra bruciata” irachena la presenza stessa di Francesco sarà un monito anche per rammentare che il delirio di chi raccontò la favola di una espansione della democrazia occidentale ha finito per provocare lutti e distruzioni, ha annientato lo stato laico, ha alimentato terrorismo e fondamentalismo, guerre civili, attentati sanguinosi, crisi economiche. È un monito agli Stati Uniti e ai politici di destra israeliani che ieri soffiarono sul fuoco perché Bush iniziasse l’avventura militare in Iraq e oggi alimentano incessantemente uno scontro con l’Iran.

Già un anno dopo essere eletto, tornando dal viaggio in Corea, papa Bergoglio sottolineò: “Dobbiamo avere memoria! Quante volte, con questa scusa di fermare l’aggressore ingiusto, le potenze si sono impadronite dei popoli e hanno fatto una vera guerra di conquista! Una sola nazione non può giudicare…”. Tocca alle Nazioni Unite decidere. Proprio in America, durante la sua visita all’Onu nel 2015, Bergoglio volle rimarcare che “non mancano gravi prove delle conseguenze negative di interventi politici e militari non coordinati tra i membri della comunità internazionale”. In altre parole l’unilateralismo ha fallito. In Afghanistan come in Iraq.

In questo senso uno degli obiettivi di questo viaggio è incoraggiare la nuova amministrazione Biden a rilanciare il multilateralismo per arrivare a soluzioni di pace, senza abbandonarsi alla deriva di nuove guerre fredde. Vale in grande per i rapporti tra Occidente e Cina. Vale nello specifico mediorientale per la ripresa del dialogo tra Washington e Teheran, che per la Santa Sede dovrebbe sfociare in un equilibrio regionale di pace tra eguali senza assecondare le spinte egemoniche del nuovo asse israelo-saudita. Di fronte al Congresso degli Stati Uniti, nel settembre nel 2015, il papa argentino ammonì che bisogna guardarsi “da ogni forma di polarizzazione” che divide il mondo in due campi: il bene o il male, o giusti e i peccatori… In politica interna e in politica estera.