Cultura

Quanto concorrono i beni culturali al benessere sociale? Ne discutono importanti studiosi

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha ridefinito il concetto di salute, non più intesa come ‘assenza di sintomi patologici’, bensì come ‘stato di benessere fisico, spirituale, sociale’. Ad essa concorrono svariati fattori, condizioni economiche, rapporti sociali, vita culturale. Per questo conviene valutare il livello di crescita e sviluppo sociale di un Paese non solo in base al Pil (prodotto interno lordo) bensì anche al Bes (benessere equo sostenibile): la qualità si aggiunge alla mera quantità. In questa cornice ci si chiede come e quanto il patrimonio culturale, e le produzioni artistiche in genere, influenzino il benessere dei cittadini.

Il tema, arduo ma affascinante, è al centro del convegno “Well-Being and Cultural Heritage / BenEssere e Patrimonio Culturale” (Università di Catania, 11-13 febbraio). Lo promuove “CHAIN – Cultural Heritage Interdisciplinary Academic Network”, fondato dai dottorandi in “Scienze per il Patrimonio e la Produzione culturale”, coordinato dal professor Pietro Militello. “L’iniziativa promana dagli studenti – dice Maria Rosa De Luca, vicecoordinatrice – al CHAIN accederanno tutti i dottorandi, anno dopo anno. Quest’anno il convegno si occuperà del patrimonio culturale in senso generale, negli anni prossimi punterà a tematiche circoscritte, e coinvolgeremo altri dottorati, anche stranieri”. Giuseppe Sanfratello, che con altri dottorandi ha creato il CHAIN, prosegue: “Il Network è un laboratorio di formazione, la sua idea di base è la continuità, pertanto noi diventeremo tutor dei colleghi più giovani”.

Ventotto studiosi di otto diversi paesi saranno impegnati in un confronto interdisciplinare serrato. Si discuteranno i vari tipi di ‘beni culturali’; le tradizioni, i luoghi, le comunità che hanno prodotto il patrimonio giunto a noi; le modalità per tutelarlo, conservarlo, valorizzarlo, trasmetterlo; l’impatto dei sistemi di management a livello sociale, sanitario, economico, e i modi in cui essi possono conseguire obiettivi di sviluppo inclusivi e sostenibili.

Le relazioni di base vertono su tre assi. Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, interverrà sul ruolo svolto dalla memoria storica nella crescita della nostra civiltà; Peppino Ortoleva, già ordinario di Storia e teoria dei media nell’Università di Torino, illustrerà le modalità di appropriazione – individuale, ambientale, mediatica – del patrimonio culturale; Pier Luigi Sacco, ordinario di Economia della cultura allo Iulm di Milano, considererà le ricadute sociali e gestionali del patrimonio.

Il menù del convegno è ricco e vario: si parlerà di siti archeologici, edifici, biblioteche, archivi, musei, ma anche manifestazioni artistiche di natura performativa. Queste ultime, ossia gli spettacoli teatrali, musicali e coreutici, sono ‘beni culturali’ di una specie particolare: si consumano infatti all’atto stesso della produzione. Musica, danza e teatro sono una sorta di Giano bifronte. Da un lato producono importanti beni ‘materiali’: strumenti, partiture, scenografie, costumi, trattati, documenti sonori e video, archivi, edifici. Dall’altro, sono entità ‘immateriali’: opere liriche, pièces recitate, coreografie, musiche da concerto composte, eseguite e ascoltate, saperi teorici e pratici. Anche questi beni immateriali richiedono forme apposite di tutela, salvaguardia, valorizzazione: per dire, il ‘testo’ musicale o teatrale – un madrigale di Marenzio, il Prometeo di Luigi Nono, una commedia di Goldoni – necessita di cure filologiche che consentano di conoscerlo e riproporlo in termini storicamente e stilisticamente congrui.

Simile ma non identico il caso del cinema, arte indubitabilmente performativa all’atto della ripresa filmica, ma poi fissata su un ‘testo’ duraturo, la pellicola; la quale, certo, è esposta anch’essa al degrado e dunque necessita delle cure dovute alle testimonianze materiali dei vari comparti culturali.

Dal convegno scaturiranno spunti preziosi per meglio concettualizzare tali problematiche, sottili e complesse. In più, esse verranno declinate nella prospettiva del ‘benessere’ sociale e individuale, come evidenziato dal titolo stesso del convegno.

Alla base di qualsiasi ragionamento sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali c’è, e non può non esserci, una consapevolezza di carattere più generale. I patrimoni culturali prodotti ed ereditati dall’umanità hanno un’inalienabile e irriducibile dimensione storica. La loro comprensione e fruizione non ne può prescindere. Vanno perciò contestualizzati: solo la coscienza della distanza storica che ci separa e al tempo stesso ci collega ad essi consente di intenderne sia il senso originario sia il significato che essi tuttora rivestono per la società odierna. “Se vogliamo che i patrimoni si trasmettano nel futuro – conclude Sanfratello – è nostra responsabilità accudirli: la pandemia ci ha trovati impreparati, per esempio, nella digitalizzazione dei Musei. Non dovrà più accadere”.