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Recovery Fund, a me viene un forte sospetto: che non abbiamo saputo fare bene i conti

Martedì 26 gennaio, a “Otto e mezzo” – in occasione dell’ennesimo talk show sul Recovery Fund – Lilly Gruber ha ricordato ai telespettatori una realtà spesso dimenticata: i soldi “europei”, in effetti, non arriveranno dall’Europa, ma dai mercati. L’Unione farà solo da “collettore” tra le Nazioni e le Borse, emettendo, e piazzando, dei titoli: una specie di “buoni del tesoro” europei, ha precisato la giornalista. A fronte dei quali, la Commissione riceverà dei soldi (in prestito) che a sua volta “girerà”, sotto forma di altri prestiti o di sussidi, ai singoli Stati. Questa affermazione, corretta, avrebbe dovuto scatenare una ridda di interrogativi. Invece, la trasmissione si è per lo più concentrata sui soliti temi. Tipo: l’Italia è “pronta” a ricevere i fondi? La caduta del governo Conte potrebbe farci perdere questa “grande opportunità”?

Peccato perché la puntualizzazione della conduttrice poteva, e doveva, dare il la ad altre puntualizzazioni importanti, e nient’affatto scontate, di cui pare che nessuno possa, o voglia, interessarsi. Come sempre accade, del resto, quando si tratta di soldi, della loro origine nonché del modo in cui gli stessi possono essere distribuiti e a che condizioni. Proviamo allora a mettere in fila un certo numero di “puntini” da tenere sempre a mente quando si parla di Recovery Fund.

Punto primo: la Gruber ha ragione quando dice che i fondi europei del Next Generation EU non sono farina del sacco europeo, ma sono ottenuti tramite debiti da rimborsare. Tuttavia, questa scelta non è dettata da effettiva penuria di moneta. Nell’Unione, infatti, già ora vi è un istituto in grado di generare denaro con un clic, senza limiti e senza necessità di ricorrere ai “Mercati”: la Bce di Francoforte. Per la Banca centrale europea, creare settecentocinquanta miliardi di euro (o il doppio, o il triplo, ad nauseam) – da girare agli Stati bisognosi, nell’epoca della pandemia – sarebbe una cosa da nulla. Se la BCE non lo fa, acquistando direttamente titoli di Stato alle aste dei singoli paesi, è perché una norma (l’articolo 123, primo comma del TFUE, il Trattato sul funzionamento dell’Unione) glielo impedisce. Quindi, per la Ue, il doversi indebitare per aiutare i propri membri, è una “regola” convenzionale: frutto, cioè, di una disposizione giuridica accettata dagli Stati e inscritta, ab initio, nei trattati istitutivi della Ue. Ma c’è di più, e di peggio: il secondo comma di quello stesso articolo permette alla Bce di prestare al sistema bancario il denaro negato agli Stati.

Punto secondo: la Bce, in realtà, potrebbe (volendolo) aggirare il limite imposto dall’articolo 123 di cui sopra, semplicemente rastrellando titoli di stato sui mercati secondari, come fanno le banche centrali di Usa., Regno Unito o Giappone. Non solo “potrebbe”: lo ha già fatto e lo fa ancora, come noto. Proprio attraverso questa operazione (detta di “quantitative easing”), Mario Draghi ha “salvato l’eurozona” nel 2012 e negli anni successivi calmierando il famoso spread.

Punto terzo: buona parte dei fondi europei del Next Generation EU destinati all’Italia sono, in realtà, nuovo debito. Per la precisione: 127 miliardi su 209. Quindi, ci sarebbe da chiedersi perché festeggiarli, e prima ancora invocarli, se fino a ieri l’indebitamento pubblico ci è stato sempre venduto, dai cultori dell’austerity, come un abominio. Forse perché i “paletti” del pareggio di bilancio sono momentaneamente sospesi? Se è così, significa che tali parametri (pure essi una “convenzione” giuridica) anziché favorire la ripresa, la ostacolano. E allora perché non abrogarli del tutto, anziché sospenderli?

Punto quarto: in occasione delle ultime aste, i titoli di Stato italiani sono andati letteralmente a ruba, a tassi di interesse bassissimi, se non negativi. In più, il debito di questo tipo è totalmente privo di “condizionalità”, a differenza dei prestiti europei. È lo Stato italiano a decidere come, quando e in che proporzioni utilizzarlo. Ma allora – prestito per prestito – non converrebbe rivolgersi direttamente ai mercati, anziché alla Ue?

Punto quinto: gli ottantadue miliardi di sussidi (cioè di denari “regalati”) dal Recovery Fund, sono davvero tutti a fondo perduto? Se controllassimo il rapporto dare/avere tra quanto noi riceveremo dall’Europa e quanto saremo tenuti a corrisponderle in qualità di Stati membri, scopriremmo una cosa interessante. A fronte di ottantadue miliardi di sussidi conseguibili tramite il Fund, dovremo contribuire con una cinquantina. Non solo: se guardiamo anche al Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 del bilancio europeo, risulta che, grossomodo, daremo nei prossimi sette anni alla Ue centocinquanta miliardi per ottenerne indietro un centinaio. Alla fine, il saldo di tutti questi “scambi” sarà negativo per noi di una ventina di miliardi.

Viene un forte sospetto: che non abbiamo saputo fare bene i conti né quando abbiamo negoziato il Recovery Fund, né, soprattutto, quando abbiamo firmato i trattati europei.

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