Cronaca

Caso Genovese, ora si dia alla vittime di violenza una ragione granitica per denunciare

“Con tutto quello che sta venendo fuori, mi chiedo se quella sera non sarebbe stato meglio tornare a casa in silenzio”. Questa l’amara riflessione della giovane vittima di Alberto Genovese, la diciottenne che lo ha denunciato per averla violentata, drogata e sequestrata la sera dello scorso 10 ottobre nel lussuoso attico, con annessa quella che ormai tutti abbiamo imparato a conoscere come la “Terrazza Sentimento”. Per questa ragazza è pressoché impossibile estraniarsi da un mondo fatto di trasmissioni televisive, quotidiani on line e commenti sui social network dove c’è sempre qualcuno pronto a puntare il dito contro di lei, a screditarla e a gettarle addosso fango ritenendola responsabile di quello che ha subito nella camera da letto dell’ex re delle start up.

Negli ultimi giorni c’è persino chi, come il braccio destro di Genovese, Daniele Leali, l’ha accusata in tv di essere una escort frequentatrice di facoltosi imprenditori fin dall’età di 17 anni e di aver estorto denaro e rubato carte di credito ad un uomo che avrebbe ricattato con la minaccia di rivelare la sua età. E poi c’è il suo carnefice, Alberto Genovese, che nell’ambito di una discutibile strategia difensiva afferma davanti ai pm che la ragazza gli avrebbe proposto: ”Dammi 3000 euro e puoi fare di me quello che vuoi” per poi aggiungere che la somma richiesta sarebbe salita ulteriormente e che la decisone della vittima di denunciarlo altro non è che una “vendetta” per la mancata retribuzione delle sua prestazioni sessuali.

Un racconto che non trova nessun riscontro nelle ricostruzioni degli inquirenti che hanno esaminato più di 20 ore di immagini riprese dalle 19 telecamere di sorveglianza presenti nell’abitazione e nella camera da letto di Genovese. Telecamere che invece documentano in maniera minuziosa e dettagliata la violenza compiuta su una vittima inerme che non prestava alcun consenso alle torture e alla foga del suo aguzzino.

Ma il colpo di grazia arriva forse dal racconto di una quasi coetanea della vittima, Giulia Napolitano, ventunenne modella di nudo artistico che nella trasmissione Non è l’Arena ha affermato di averla conosciuta nell’estate del 2018 – quindi ancora minorenne – durante una festa in Sardegna e di averla vista “appartarsi” con un uomo dopo il pranzo.

La vittima nega con forza tutte queste accuse affermando di non aver mai estorto denaro a nessuno, di non essersi mai prostituita e di aver trascorso l’estate del 2018, quando aveva solo 16 anni, in Croazia con i suoi genitori mentre il suo difensore, l’avvocato Luigi Liguori, ha querelato tutti coloro che ritiene responsabili di questo sciacallaggio mediatico.

La cosa più triste di questa vicenda è la sensazione di solitudine e impotenza che solo una vittima di violenza sessuale può provare quando si trova nella posizione di doversi difendere anziché ricevere solidarietà ed empatia, quasi che il coraggio di scappare dopo un incubo durato più di 20 ore semisvestita dal lussuoso antro del facoltoso mostro e trovare la forza di raccontare tutto prima alla volante della polizia e poi alla dottoressa della clinica Mangiagalli sia qualcosa di cui doversi pentire e vergognare.

Chissà quante altre ragazze e donne avranno desistito dal denunciare i loro carnefici per timore di essere giudicate o di non essere credute in assenza di dispositivi che potessero documentare l’orrore dell’accaduto. A queste ragazze e donne dovremmo dire di non rinunciare mai ad identificare i propri carnefici rivolgendosi tempestivamente alle autorità, ma per farlo non possiamo più permetterci di cercare vergognose attenuanti nel comportamento criminale degli stupratori.

Perfino nel caso delle escort la violenza sessuale non conosce attenuanti giustificate dalla richiesta di denaro: il carnefice non può in alcun momento ignorare il sopravvenuto rifiuto della prostituta ad intraprendere o continuare a consumare il rapporto sessuale, neppure se questa è entrata volontariamente nella sua auto o abitazione, come stabilito da una sentenza del tribunale di Bari del 7 ottobre 2016.

Dato che in questo caso ci troviamo di fronte ad una ragazza poco più che maggiorenne che si chiede e chiede a tutti noi se sia valsa davvero la pena di raccontare tutto o di rimanere in silenzio, non possiamo ignorare la grande responsabilità che abbiamo nei suoi confronti e dobbiamo fornire a tutte le vittime di violenza un motivo graniticamente ed eternamente valido per non desistere mai dal denunciare il proprio carnefice.