Scienza

Variante inglese del coronavirus, il virologo Francesco Broccolo: “Non rilevabile da tutti i test attualmente disponibili”

Il sequenziamento per identificare le varianti può essere eseguito solo in alcuni laboratori. In Italia esiste ovviamente una rete di centri ma come spiega Massimo Galli: "In Gran Bretagna il Covid-19 Genomics Consortium, che comprende le maggiori Università del Paese, è stato finanziato con 20 milioni di sterline e ha potuto realizzare oltre 50mila sequenze genomiche" mentre nel nostro paese "i laboratori non hanno ricevuto supporto significativo"

In attesa di sapere, dopo le specifiche analisi, se la cosiddetta variante inglese sia più pericolosa e più contagiosa anche se gli esperti concordano che è difficile che resista ai vaccini sviluppati, c’è un aspetto molto importante da tenere in considerazione e che pone all’attenzione di tutti il virologo Francesco Broccolo, dell’Università di Milano Bicocca e direttore del laboratorio Cerba di Milano, ovvero che la variante del virus individuata in Gran Bretagna non è rilevabile da tutti i test attualmente disponibili. La variante si distingue soltanto grazie a un esame di secondo livello, basato sul sequenziamento del genoma virale.

“Con i consueti test diagnostici molecolari si rileva l’Rna virale ed eventualmente la carica virale, ma la nuova variante si identifica solo se si fa uno studio più accurato della sequenza genetica del virus, considerando cioè il suo intero genoma oppure sequenze parziali”, come quelle relative alla regione che controlla la proteina Spike, la principale arma molecolare che il virus SarsCoV2 utilizza per entrare nelle cellule. Si apre così, prosegue l’esperto, “un punto interrogativo sui test diagnostici“. Ci si chiede, per esempio, se c’è il rischio di perdere dei casi positivi.

I test rapidi antigenici, per esempio, potrebbero dare un numero ancora maggiore di falsi negativi – rileva Broccolo – in quanto cercano l’antigene alla proteina Spike e, se questa è modificato, non riescono a vedere nulla“. Quanto ai test molecolari, prosegue, “si dovrà verificare in particolare tutti quei test che amplificano la sequenza del gene S e le aziende produttrici dovranno revisionare le specifiche sonde molecolari e notificarle l’ente certificatore“. Si è preferito quindi concentrare l’attenzione su regioni genetiche del virus più stabili, ma questo significa non poter riconoscere la nuova variante, che muta nella proteina Spike. “Si accende di conseguenza un allarme sui test diagnostici”, osserva l’esperto. “Soltanto uno studio più approfondito basato sul sequenziamento del patrimonio genetico del virus, che non è un esame di routine, ha permesso di rilevare la variante inglese nella paziente giunta in Italia”, dice ancora Broccolo. In altre parole, “la nuova variante la rileviamo solo se la cerchiamo con il sequenziamento, un esame che solo alcuni laboratori possono condurre“.

In Italia una rete laboratori di laboratori in grado di sequenziare ovviamente esisto, ma come spiega il professor Massimo Galli, primario di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano al Corriere della Sera, “ma ha bisogno di essere sostenuta. In Gran Bretagna il Covid-19 Genomics Consortium, che comprende le maggiori Università del Paese, è stato finanziato con 20 milioni di sterline e ha potuto realizzare oltre 50mila sequenze genomiche del coronavirus, permettendo tra l’altro di identificare questa variante, mentre in Italia i laboratori non hanno ricevuto supporto significativo. Da noi la ricerca è poco considerata anche quando servirebbe, come in questo caso, a dare risposte immediate per il controllo di una pandemia”. Sul punto l’Ecdc (il centro europeo per il controllo delle malattie infettive) – in un documento pubblicato sul suo sito – tra le altre cose ha indicato la necessità per i laboratori di ricontrollare e aggiornare i nucleotidi usati nei vari metodi diagnostici del Sars-Cov-2, quali i tamponi molecolari e i test antigenici rapidi. Secondo l’Ecdc nei test non ci si può basare solo sulla rilevazione delle varianti sul gene-S e raccomanda di avere una conferma usando il sequenziamento. Per questo va aumentata la capacità di caratterizzare il virus geneticamente e antigenicamente o di condividere con i laboratori di riferimento le sequenze isolate.

La cosiddetta variante inglese del coronavirus – individuata da oltre un mese – “non è certo la prima e non merita tutto il clamore che gli viene dato. La mia sensazione è che abbia un impatto modesto sul vaccino e a livello clinico. La discussione dovrebbe tenersi su tavoli scientifici prima che sui media, soprattutto in una fase in cui dobbiamo convincere le persone a vaccinarsi” dice Massimo Andreoni, direttore dell’unità di malattie infettive di Tor Vergata, parlando a Radio Cusano Campus. Secondo il medico, “serve sempre quel minimo di cautela indispensabile rispetto a notizie che iniziano a circolare prima ancora che ci siano pubblicazioni scientifiche“. Questa sarà infatti “la decima o la quindicesima variante del virus di cui si parla. Adesso si descrive una variante che si trasmette più facilmente – continua – Questo è un virus a Rna, quindi ha una grande capacità di mutare per sua natura. Se si diffonde un po’ di più, ma clinicamente non è più aggressivo, è interessante, ma non merita tutto il clamore che gli viene dato. Ai fini della cura dovrebbe rispondere ai pochi farmaci che abbiamo in questo momento a disposizione”.

Anche l’impatto sul vaccino dovrebbe essere “modesto”, prosegue Andreoni, secondo cui “sarebbe stato più intelligente se la discussione si fosse tenuta su tavoli scientifici anziché sui media. In una fase in cui dobbiamo convincere le persone a vaccinarsi, non è infatti il caso di creare tutte queste preoccupazioni e questi dubbi – conclude – Da quei pochi dati che abbiamo a disposizione, questa modifica della proteina spike sembrerebbe essere modesta e quindi non determinare la necessità di un cambiamento del vaccino. Ormai il vaccino si è capito come farlo, quindi anche se fosse necessario un nuovo vaccino sapremmo farlo rapidamente“.