Cronaca

La ressa di marzo in Italia sulle piste da sci e il caso tirolese “che portò il Covid nel Nord Europa”. Villani (Cts): “Focolai importanti, fare tesoro di quelle esperienze”

La "Ibiza delle nevi" in Austria, Ischgl, è stata responsabile della diffusione del coronavirus dalla Germania alla Scandinavia: uno studio tedesco l'ha definito il "Ground Zero" della prima ondata nel Nord Europa. Anche in Italia nel weekend che precedette la chiusura totale gli impianti furono presi d'assalto. Il presidente della Società italiana di Pediatria e membro del Comitato Tecnico Scientifico: "Ci sono stati dei focolai importanti che sono stati poi trasferiti nelle località di origine". Le stesse Regioni del Nord che oggi premono per il via libera alle vacanze sulla neve, 10 mesi fa chiesero ai turisti di andarsene (senza successo)

La prima ondata di coronavirus che ha travolto il Nord Europa è stata accelerata dalle vacanze sugli sci. Una località su tutte, Ischgl in Austria, è stata responsabile della diffusione del Covid dalla Germania alla Scandinavia. Era inizio marzo e anche in Italia, nel weekend che anticipò il lookdown deciso dal governo con il Dpcm datato lunedì 9, gli impianti sciistici furono presi d’assalto. In quel momento il coronavirus aveva già colpito tutte le Regioni italiane e il Trentino Alto Adige aveva registrato i primi casi legati a cittadini tedeschi. Il giorno successivo da Aosta partì l’appello ai turisti: “Ritornare al proprio domicilio”. A distanza di 10 mesi si può affermare che sulle piste da sci “a marzo ci sono stati dei focolai importanti che sono stati poi trasferiti nelle località di origine”. Lo spiega il presidente della Società italiana di Pediatria (Sip) e membro del Comitato Tecnico Scientifico, Alberto Villani, sottolineando che “bisogna fare tesoro delle esperienze avute”. Eppure, oggi c’è chi preme per il via libera alle vacanze sulla neve già a Natale. Le richieste arrivano ancora una volta soprattutto dalle Regioni, che lunedì hanno chiesto al governo di aprire gli impianti. Il premier Giuseppe Conte è stato chiaro: niente “vacanze indiscriminate sulla neve. Il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti oggi è tornato alla carica: “Mi auguro che l’Italia non faccia scelte autolesionistiche, circondata da Paesi dove si ballerà nelle baite“, ha detto a Radio 1.

Proprio ballando nelle baite di Ischgl i turisti di mezza europea hanno contratto il coronavirus e lo hanno poi riportato nei loro Paesi. Il 29 febbraio in Islanda risultarono positive 15 persone di ritorno dagli Apres-ski della località austriaca. Tutta Europa era già in allerta, il 5 marzo l’Islanda inseriva Ischgl tra le aree a rischio. Il 7 marzo fu accertato il primo caso. Passarono altri 5 giorni prima che il cancelliere Sebastian Kurz si decise a chiudere la “Ibiza delle nevi”: l’ordinanza causò la fuga incontrollata degli ospiti e del personale degli alberghi. Centinaia di turisti portarono il virus nel resto d’Europa, pernottando – per esempio – ad Innsbruck in attesa del volo di rientro. A marzo la metà dei contagiati in Norvegia, un terzo in Danimarca e un sesto dei pazienti infettati in Svezia, erano stati tutti a sciare a Ischgl. Uno studio del Kieler Weltwirtschaftsinstitut ha dimostrato come la diffusione del virus in Germania durante la prima ondata sia correlata alla distanza che ciascun territorio tedesco ha dalla località di Ischgl, definita il “Ground Zero” dell’epidemia tedesca. Il Tirolo in pochi giorni diventò la regione alpina più colpita dal coronavirus. L’associazione austriaca per la protezione dei consumatori (VSV) ha raccolto le richieste di danni arrivate da 45 Paesi diversi. Nel frattempo è in corso anche un’inchiesta penale.

Nei giorni in cui a Ischgl si consumava il disastro, la Germania aveva già inserito l’Alto Adige nella ‘lista nera’ dei territori a rischio per il coronavirus. Era il 6 marzo e diversi turisti tornati dopo una vacanza tra le montagne sudtirolesi erano risultati positivi al Covid-19. Il 24 marzo l’eurodeputato tedesco Peter Liese, di professione medico, spiegava all’Adnkronos: “Molte delle infezioni in Germania vengono da persone che sono andate a sciare nell’Italia del Nord, nel Sud Tirolo o nel Tirolo austriaco. Ci sono stati dei focolai nelle stazioni sciistiche: sono andati a sciare, sono tornati, si sono ammalati, sono stati trovati positivi“. Ancora prima dei focolai tirolesi e prima di Codogno, c’era stato il caso di Steven Walsh: il 22 gennaio si infettò durante un convegno a Singapore. In seguito andò in un resort sciistico nelle Alpi francesi – in Alta Savoia – per raggiungere la famiglia, contagiando altre persone prima di essere diagnosticato e ricoverato in ospedale. Cinque britannici nel suo stesso chalet sulle Alpi risultarono positivi al virus, insieme a uno spagnolo di Maiorca.

Prima di costringere l’Europa a una primavera in lockdown, il Covid viaggiò anche grazie al turismo sulle Alpi: come le partite di calcio, un esempio fu Atalanta-Valencia, anche alcuni comprensori sciistici, Ischgl su tutti, si trasformarono in super-diffusori. “Tutto ciò che ruota attorno alle vacanze sulla neve è incontrollabile“, ha sottolineato il premier Conte. Sembrano le stesse parole con cui Pietro Orrù, presidente della Comunità montana di Scalve, nord della Bergamasca, ad aprile al Corriere della Sera raccontava proprio di quel weekend del 7-8 marzo che precedette il lockdown: “Code di auto, seconde case tutte aperte, sembrava Ferragosto“. Le foto della ressa agli impianti di risalita fecero il giro del Paese, perché le grandi città nel frattempo sperimentavano nei fatti una chiusura totale ancora prima che il Dpcm la rendesse ufficiale. Le misure anti-assembramenti già c’erano e dovevano valere anche sulle piste. C’erano i cartelli, gli accessi alle seggiovie divisi in corsie, l’invito al distanziamento: la maggioranza però non le rispettò.

Passarono ancora pochi giorni e il 10 marzo furono le stesse Regioni del Nord – quelle che oggi chiedono di far arrivare i turisti sulle piste da sci – a decidere la cacciata di tutti i non residenti. Fu la Valle d’Aosta a sollevare il problema: “Invito i turisti ancora presenti a ritornare al proprio domicilio”, era l’appello lanciato dall’allora assessore alla sanità, Mauro Baccega. “È una problematica che non tocca solo la nostra regione – diceva – ma anche le province di Trento e di Bolzano, la Liguria, in maniera importante, e la Toscana“. Il 4 marzo l’Alto Adige aveva disposto restrizioni ad hoc per i comprensori sciistici, tra cui la capienza sulle funivie ridotta a un terzo. Meno di una settimana dopo fu costretta alla resa, mentre il 16 marzo terminava in anticipo la stagione sciistica su tutto l’arco alpino.

A 10 mesi di distanza il membro del Cts Villani chiedi di non ripetere gli stessi errori: “Se si riescono a creare condizioni è nell’interesse di tutti poter tornare a sciare e avere una vita più normale possibile”, ha commentato durante la trasmissione Agorà, su Rai Tre. “È auspicabile – ha aggiunto – che le misure adottate diano frutti sempre migliori cosi da riuscire a creare condizioni per avere una ragionevole libertà proporzionata alle condizioni epidemiologiche”. Dal punto di vista sanitario “abbiamo un riscontro chiaro ed evidente che se tutti si convincono a rispettare le regole, la situazione andrà decisamente meglio“. Quanto ai dati del contagio, “la situazione sta migliorando” e questa è “la conferma che bisogna continuare come stiamo facendo: monitorare, verificare la situazione e adottare misure che devono essere proporzionate alla situazione”.