Politica

Giuseppe Conte non è più l’avvocato degli italiani: ne è diventato il notaio

di Andrea Taffi

La prima cosa che Giuseppe Conte disse quando divenne Presidente del Consiglio fu che sarebbe stato l’avvocato degli italiani. E che cosa fa un avvocato quando un cliente si presenta nel suo studio e pretende di fare una causa che (a suo dire) vincerà di sicuro perché ha ragione? Valuta, analizza, studia le carte, e prevede. Insomma, cerca di capire quante possibilità ha il suo cliente di vincerla, quella causa.

Pensate, adesso, a un medico che, di fronte a un paziente che gli dice di avere un dolore in un certo punto del corpo, non valuta, non analizza, non prevede, ma si limita a consigliare a quel paziente di aspettare. Sì, di aspettare o che quel dolore passi oppure che sfoci nella malattia che i fatti hanno dimostrato di essere stata l’anticipazione di quel dolore. Senza un’analisi preventiva quell’avvocato, quel medico si trasformano in notai.

Il notaio, infatti, che fa? Si limita a certificare, pur con tutta l’autorevolezza che lo Stato gli dà, lo stato di fatto, e cioè che è vero che Tizio gli sta dicendo quella certa cosa, non che quella stessa cosa sia vera. Secondo me, in questa seconda ondata di Covid-19, Giuseppe Conte si è trasformato in un notaio: accerta lo stato di fatto e lo ratifica. In quella regione i contagi sono fuori controllo? Si chiude. In quell’altra il virus va più lento? Si chiude un po’ meno. In quell’altra ancora il virus appare sotto controllo? Non si chiude quasi niente. Basta così.

Non si fa analisi, non si fanno valutazioni. Non si fa prevenzione. Ci si limita a monitorare lo stato di fatto e a intervenire di conseguenza. E intanto i colori delle regioni cambiano e diventano sempre più scuri. E poi ci si affida al senso di responsabilità degli italiani, quegli italiani che intervistati in strada nel bel mezzo di quelli che un tempo venivano definiti assembramenti, candidamente dicono: “Se ci permettono di uscire, noi usciamo“.

Di questo passo, aspettando solo gli effetti sull’andamento del contagio in rapporto a ciò che viene o non viene fatto, si arriverà (regione rossa dopo regione rossa) a trasformare l’intera Italia in una zona rossa: venti lockdown locali fanno un lockdown nazionale. Eppure non era stato così all’inizio, a marzo, quando il Governo, in previsione di una catastrofe sanitaria che non era stata letta prima (a dispetto di certi indicatori), decise di non limitarsi ad aspettare gli eventi, a valutare lo stato di fatto, ma fece prevenzione.

Certo (si dirà), allora non si sapeva niente del virus, mancavano i dispositivi di protezione e l’onda d’urto sugli ospedali era terribile e violentissima. Tutto vero, ovvio. Ma quella obiezione avrebbe un senso se (come è accaduto per un certo periodo) vi fosse ora una convivenza col virus dove l’uomo ha il controllo. Ma adesso non è più così, adesso è il virus ad avere il controllo, e quella col Covid-19 non è una convivenza, ma una soggezione, una schiavitù.

Eppure io credo che, nella battaglia contro il coronavirus, non siamo alla ritirata scomposta con l’unica speranza di raggiungere il forte e barricarsi dentro. No, siamo alla ritirata ordinata per trovare una nuova linea del Piave e raggiungere una nuova Vittorio Veneto.

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