Ambiente & Veleni

Il coronavirus si infiltra anche nelle fognature: in Italia il rischio contaminazione è altissimo

Ormai, lo sappiamo, questo virus si infiltra dovunque ed è capace di tutto pur di sopravvivere e continuare ad infettarci. Anche attraverso le fognature e la contaminazione di prodotti agricoli, come teme l’Istituto superiore di sanità che ha già pubblicato due rapporti preliminari (consultabili sul sito Iss) a proposito delle relazioni tra Covid (Sars-Cov-2), servizi di acque-fognature e fanghi da depurazione.

Apprendiamo così che, mentre fortunatamente il virus non è mai stato ad oggi rilevato in acque destinate al consumo umano, la sua presenza è stata accertata nelle feci di pazienti di Covid 19, con il rischio, già verificato per la pandemia Sars-Cov del 2003, di trasmissione fecale-orale “in circostanze in cui le reti di fognatura siano inadeguate” ovvero “nelle circostanze di mancanza o inefficienza dei servizi di depurazione che potrebbero comportare la diffusione di Sars-Cov-2 nell’ambiente”.

Rischio altissimo nel nostro paese dove, come già ho più volte documentato su questo blog, ci sono molti Comuni con fognature prive di depurazione ovvero con depuratori che non funzionano o depurano solo una parte dei liquami (spesso con bypass truffaldini). Tanto è vero che proprio per un centinaio di questi Comuni l’Italia è già stata condannata dalla Corte di giustizia europea e altre procedure di condanna sono in corso; la Commissione europea ritiene che almeno un terzo dei nostri impianti comunali di fognatura e depurazione non sia in regola con la normativa comunitaria.

Rischio che, ovviamente, può riguardare anche i fanghi di depurazione prodotti da questi impianti se non vengono trattati adeguatamente e soprattutto se vengono utilizzati in agricoltura. In proposito, l’Iss ricorda, infatti, che “risulta essenziale valutare le condizioni di trattamento dei fanghi in relazione alla plausibilità di persistenza e virulenza del Sars-Cov-2 in questa matrice”.

Ed è appena il caso di ricordare che questo è un settore altamente a rischio dove già si sono riscontrati numerosi casi in cui venivano impiegati in agricoltura fanghi senza i trattamenti prescritti dalla legge per garantirne la innocuità. Tanto è vero che, quattro mesi fa, il ministro Sergio Costa, dinanzi alla Commissione Ecomafia, ha giustamente evidenziato “l’opportunità di rafforzare i controlli su smaltimenti illeciti di acque reflue o fanghi non trattati in impianti di depurazione che potrebbero causare esposizione umana a materiali potenzialmente infetti da Sars-Cov-2, anche attraverso la contaminazione di falde sotterranee o superficiali”; aggiungendo di avere sollecitato in questo senso tutti gli organi tecnici e tutte le forze di polizia.

Quello che però non sappiamo è se poi, dopo questo autorevole sollecito, questi controlli rafforzati siano iniziati, quanti siano stati e quale esito abbiano avuto. Notizie che vanno fornite al più presto ai cittadini, visto che si tratta di controlli necessari per escludere il rischio di “esposizione umana a materiali potenzialmente infetti da Sars-Cov-2”.

E, visto che ci siamo, forse qualcuno potrebbe dirci perché, nonostante le promesse di intervento immediato, non è ancora stata eliminata la vergogna dell’autorizzazione all’uso in agricoltura di fanghi contaminati da sostanze pericolose introdotta con l’art. 41 del decreto Genova. Sono già passati due anni. E ora c’è anche il Covid 19.