Società

Shoah, Meluzzi e quel tweet abominevole

Nel giorno in cui in Italia abbiamo iniziato a registrare un incremento di ricoveri per Covid-19 tale da riprecipitarci nell’incubo di fine marzo, e in Polonia è stato annunciato l’allestimento di un ospedale all’interno dello stadio di Varsavia per far fronte alla progressione dei contagi, lo psichiatra ed ex parlamentare di Forza Italia Alessandro Meluzzi ha pubblicato sul proprio account Twitter un fotomontaggio dove l’ignobile e derisoria scritta “Arbeit macht frei” (“il lavoro rende liberi”) che campeggia sul cancello del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz è sostituita dalla fraseAndrà tutto bene”.

Forse non ci avrebbe badato nessuno, se il Memoriale della Shoah di Auschwitz non avesse reagito con una dura nota di protesta rimbalzata anche in Italia: “Cose del genere feriscono le persone. È irrispettoso per la memoria delle vittime e causa dolore ai sopravvissuti che una volta erano costretti a varcare quel cancello. Non si dovrebbe strumentalizzare egoisticamente la sofferenza delle persone assassinate per farsi pubblicità”. Non fosse stato per la gravità riconosciuta al luogo depositario della memoria di un milione e mezzo di persone deportate da tutta Europa e ridotte a cenere nei suoi crematori, è probabile che la notizia non sarebbe nemmeno finita sui nostri giornali.

Il sintomo-Meluzzi, spia di un serio degrado culturale e politico, ha già potuto impunemente parlare di riti voodoo e cannibalismo rituale nigeriano per il delitto di Macerata; ha già potuto rivolgersi ai familiari di Stefano Cucchi pretendendo che “chiedessero scusa ai congiunti dei giovani a cui il geometra spacciava droga”. Ha già potuto dire che la pandemia “ha un tasso di mortalità dello 0,05% al di sotto dei 65 anni” e che “non è necessario tentare di interpretare gli ammiccamenti un po’ oscuri di quel viso da iettatore di quel grande studioso di zanzare che è il professor Crisanti, per capire quali sono le vere intenzioni dell’establishment rispetto al Covid-19”.

Vista l’onda di biasimo che si stava ingrossando, Meluzzi ha cancellato il post e nascosto la mano: “Non ho creato io quell’abominevole immagine ma l’ho ritwittata, come gli insulti che mi vengono continuamente rivolti”.

È la rivendicazione di una forma di comunicazione che produce la poltiglia di volgarità ed enormità impronunciabili dalla quale dobbiamo quotidianamente difenderci per preservare la nostra percezione del mondo: il gorgo in cui precipita la realtà.

Il personaggio da commedia dell’arte Meluzzi – o meglio, il suo imperversare su televisioni e web – è il sintomo di una malattia, del disfacimento intellettuale che attraversa il paese. Non sarebbe sopportabile, altrimenti, che in piena pandemia, con 36.705 morti ufficiali in Italia (sesto paese nel mondo, e prima di noi estensioni non paragonabili per numero di abitanti: Stati Uniti, Brasile, India e Messico) un simile individuo – non pago della pubblicazione dell’osceno fotomontaggio – possa accostare l’atroce vicenda dell’insegnante decapitato in Francia alla gestione della pandemia per ravvisarvi un disegno: “Questa ondata migrazionista – la cultura cinese meccanizzata, robotizzata e zombizzata, quella musulmana, assolutamente rigida e incapace di accettare i principi dell’individuo, della libertà e dell’autodeterminazione delle coscienze – è una terribile minaccia della cultura in cui noi siamo cresciuti. Come si è potuti arrivare a questo tracollo? Come si è potuti arrivare a questa caduta generale di difesa? Non è solo il politically correct, ma una strategia generale che riguarda anche quello che sta accadendo in questi giorni intorno alla vicenda del Covid. Abbiamo il dovere di denunciarlo e di ricordarlo ogni giorno”. (da Fatti e disfatti)

Il negazionismo ha un suo codice ossessivo, un suo furibondo desiderio di piegare la realtà, di irriderla, governarla, ergersi su di essa con fervore di illuminato, di incantatore di anime. Nel Medioevo si suonava il piffero per portare fuori i topi dalle città e liberarle dalla peste. A noi basterebbe portare fuori i mestatori, con delicatezza: che a insegnarcelo debba essere la direzione del Memoriale di Auschwitz è una lezione da non dimenticare.