Cultura

‘Titanic africani’ di Abu Bakr Khaal: un romanzo che restituisce ai migranti un volto e una storia

di Federica Pistono*

Da anni, ormai, siamo abituati a leggere resoconti sull’andamento delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, ad ascoltare discussioni su numeri, statistiche, indagini sul fenomeno della migrazione. Spesso ci siamo commossi guardando le immagini delle vittime delle “tragedie del mare”, specialmente quando si tratta di bambini, donne e ragazzi. Ma quelle persone, compongono, agli occhi dei più, un’umanità dolente ma senza volto, priva di un’identità precisa, di una collocazione esatta.

Il romanzo Titanic africani, dello scrittore eritreo Abu Bakr Khaal (Atmosphere libri, 2020, trad B. Benini), ha il pregio di restituire umanità a chi, sui media occidentali, viene costantemente spersonalizzato, ridotto a oggetto di statistiche, troppe volte demonizzato. L’opera tratta i temi dell’immigrazione e della speranza legata al viaggio e alla ricerca di una vita migliore, narrando la storia del pericoloso cammino intrapreso da migliaia di africani per arrivare in Europa, attraversando il Sudan, la Libia, la Tunisia e il Mediterraneo.

Il protagonista, l’eritreo Abdar, e i suoi compagni, di diverse nazionalità, affrontano infinite difficoltà lungo il cammino: il deserto, la disidratazione, le pallottole dei predoni; la polizia libica e quella tunisina; infine i “Titanic”, nome con cui gli eritrei si riferiscono alle carrette del mare, destinate a volte ad affondare. Alcuni migranti muoiono di sete e sfinimento lungo la via del Sahara, altri riescono a raggiungere le tappe successive, altri sono catturati e rimpatriati, altri ancora sono destinati ad annegare nel Mediterraneo. Ciò che accomuna tutti, è il desiderio di fuggire, dalla guerra civile o dalle difficoltà economiche, attratti dal miraggio di una vita migliore.

All’inizio del romanzo, il protagonista Abdar dichiara ironicamente che i giovani africani sono caduti tutti vittime del morbo dell’immigrazione, richiamati da una campana insidiosa verso il “paradiso promesso” oltremare, come i bambini nella fiaba del Pifferaio magico, o attirati delle lusinghe costituite dalle foto inviate in patria da chi, apparentemente, ha fatto fortuna in Europa.

Molti sono i personaggi che accompagnano Abdar di tappa in tappa, e i pericoli sperimentati in quelle ardue circostanze mettono alla prova le capacità di sopravvivenza e solidarietà di ciascuno, anche se spesso, nell’ambito del gruppo, non si parla neppure la stessa lingua. E così Terhas, una giovane eritrea, nel deserto del Sahara arriva a urinare nella bocca di un compagno di viaggio, nel tentativo di salvarlo dalla disidratazione; nel rifugio libico, Abdar consola una donna curda irachena colpita dalla febbre; Maluk, il liberiano, intrattiene i compagni di viaggio con le sue storie, con il suo canto e la sua chitarra, ma anche con la sua ironia e saggezza.

Altro elemento interessante del romanzo è l’ancestrale saggezza africana che, tramite le storie raccontate da Maluk, l’autore ci presenta sotto forma di leggende. Si tratta di una saggezza tramandata oralmente che, attraverso le avventure dei suoi mitici protagonisti, racconta la storia delle origini africane dell’uomo. Un universo in cui il cantastorie svolge un ruolo fondamentale e per questo è tenuto in alta considerazione da nordafricani e africani subsahariani.

Si tratta di leggende che potrebbero essere erroneamente interpretate come elementi di realismo magico inseriti ad arte; tuttavia, procedendo nella lettura, si comprende che, in realtà, si tratta effettivamente di miti africani che, tramandati solo oralmente, sono stati raccolti e trasmessi a noi dall’autore, forse in uno strenuo tentativo di mantenerli vivi, tramandando, attraverso la scrittura, un patrimonio culturale che altrimenti andrebbe perduto.

Pagina dopo pagina, l’autore immerge il lettore nelle vite degli africani protagonisti della storia, nel loro modo di pensare, di affrontare i pericoli, di reagire alle difficoltà: qualche personaggio finisce per trasformarsi in un mostro, ma c’è anche chi, al contrario, fino all’ultimo conserva la propria umanità.

Diverse e multiformi sono le personalità che popolano questo romanzo, che non è un vero e proprio racconto di viaggio e nemmeno un romanzo sulla sofferenza. Con la sua prosa sobria e per certi versi densa di lirismo, Titanic Africani costituisce un nuovo e affascinante contributo alla narrativa araba ed una delle poche opere di fiction di uno scrittore eritreo.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba