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Autostrade e il nodo della manleva su responsabilità future: Atlantia non vuole darla a Cdp, ma nel 2013 la concesse ai soci Gemina

La holding: "Non esiste nel mondo infrastrutturale il concetto della manleva", cioè l'esonero dal rischio di esborsi futuri a titolo di risarcimento danni, in questo caso per il crollo del Morandi. Sette anni fa però una clausola di questo tipo fu approvata per finalizzare la fusione con la finanziaria a cui faceva capo Aeroporti di Roma

La clausola di esonero dalla responsabilità che Atlantia nega a Cassa depositi e prestiti bollandola come “inaccettabile” fu concessa dalla stessa holding a Gemina nel 2013, in occasione della fusione tra i due gruppi. Mentre Autostrade conferma di non voler accettare la cessione del controllo a Cdp nonostante fosse prevista dall’intesa raggiunta con il governo a luglio, fonti di via Goito ricordano come ci sia anche questo tassello a controprova della scarsa volontà di finalizzare un accordo.

Il nodo è quello della manleva, cioè appunto un “esonero da responsabilità” chiesto da Cdp che non intende rispondere di eventuali esborsi futuri – a titolo di risarcimento danni – legati a quello che emergerà nel processo sul crollo del ponte Morandi del 14 agosto 2018. Il 28 settembre, dopo che il viceministro delle infrastrutture e trasporti Giancarlo Cancelleri (M5S) che “le responsabilità non si possono vendere”, fonti di Atlantia hanno replicato che “come chiarito più volte, non esiste nel mondo infrastrutturale il concetto della manleva”.

Da Cdp però replicano che lo schema proposto è molto simile a quello applicato dalla stessa Atlantia quando nel 2013 si fuse con Gemina, la finanziaria che controllava Aeroporti di Roma. All’epoca emerse una richiesta danni da 800 milioni da parte del ministero dell’Ambiente ad Autostrade. Così nel giugno 2013 i cda delle due società approvarono una clausola integrativa che prevedeva l’emissione di “diritti di assegnazione condizionati di azioni ordinarie Atlantia” (warrant) da attribuire agli azionisti Gemina: una sorta di assicurazione contro la possibile perdita, appunto. Atlantia ribatte che in quel caso la richiesta del ministero arrivò dopo l’accordo di fusione.