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Usa-Vaticano, cala il gelo sulla Cina. Il timore è l’idea di una ‘chiesa patriottica americana’

di Riccardo Cristiano*

Sono molte le chiavi di lettura del gelo diplomatico tra Stati Uniti e Santa Sede emerso con chiarezza nelle ore appena trascorse. Che il segretario di stato americano dica che il Vaticano non avrebbe più autorevolezza morale se seguitasse un dialogo parziale e limitato con la Cina è proprio tanto.

Nel pieno di una campagna elettorale al calor bianco, la Casa Bianca ha cercato di calcare la mano contro la Cina, e quindi contro il Vaticano che seguita a dialogare con i cinesi, per conquistare consensi elettorali nell’elettorato cattolico conservatore? Può essere, ma non sembra sufficiente a capire. Quel dialogo tra Vaticano e Cina non è diplomatico, è sui criteri di nomina dei vescovi, una questione decisiva non solo per la Chiesa e i suoi rapporti con qualsiasi potere politico illiberale, ma anche per aprire uno spiraglio pluralista in chi ha sempre visto il suo imperatore prima, e ora segretario generale, come “figlio del cielo”.

E poi, cosa significherebbe una rottura? Il cattolicesimo, o il cristianesimo tutto, tornerebbero ad essere rappresentati come “braccio dell’Occidente”? Cosa significherebbe questo anche per i cristiani e tutte le minoranze in Cina e non solo? La linea del Vaticano al riguardo sembra ancora oggi riassunta dal titolo del libro del suo più noto diplomatico dell’epoca moderna, Agostino Casaroli: “Il martirio della pazienza”. Che non vuol dire solo che l’essere pazienti costa, ma anche che la pazienza a volte viene martirizzata.

Eppure c’è un’altra possibile problematica in questo irrituale gelo tra Vaticano e Stati Uniti. Il rischio è che si possa pensare di tornare a un rapporto speciale tra cattolicesimo e Occidente, un rapporto che potremmo capire guardando a quello che c’è tra patriarcato moscovita e Cremlino. Per dirla in termini cinesi, si potrebbe parlare dell’idea di “una chiesa patriottica americana”. Il timore è lecito, perché il primo durissimo attacco al Vaticano Mike Pompeo lo ha fatto scrivendo su una rivista che fu neo-conservatrice, ma che oggi è neo-identitarista, e propone una cattolicesimo nazionalista, apertamente ostile al pontificato.

Quello di cui ha parlato Pompeo, che sgarbatamente durante la sua visita romana ha tentato di contrapporre Giovanni Paolo II a Francesco, dimenticando che fu il primo ad avviare il dialogo con la Cina poco dopo l’inizio del suo pontificato, appare un cristianesimo che torna a saldarsi politicamente all’Occidente, ai suoi interessi e alle sue politiche. E’ un cristianesimo che potrebbe parlare il linguaggio del vangelo della prosperità, mentre quello di Francesco conosce il Vangelo dei poveri di spirito. Quello di Francesco dunque è un cristianesimo solidale globale, che abbraccia tutti per costruire finalmente l’unità nella diversità. L’Unità non è omologazione per Francesco, che anche per questo invoca il multilateralismo.

Dunque il problema non è soltanto sulla gravità dei problemi cinesi, ma sui rimedi per quei problemi, che potrebbero esacerbarli e, facendolo, aggravarne anche altri.

Questa vicenda dimostra poi che Francesco non è anti-americano come si dice. Troppo semplice. Fu lui a suggerire a Obama il disgelo con Cuba, dicendo “signor Presidente, se vuole risolvere il problema del suo paese con l’America Latina, risolva il problema di Cuba”. Questo particolare, rivelato dal professor Andrea Riccardi, va citato, per capirlo bene, insieme a un altro.

Quando Francesco si recò a Cuba, a Fidel Castro donò dei libri, lo hanno detto tutti. Non tutti hanno detto però che erano del gesuita padre Llorente, che insegnò a Castro al liceo e che dopo la rivoluzione fu mandato in esilio. A riprova del fatto che chi vuole aiutare a risolvere i problemi richiede uno sforzo da tutti. Ma nell’ambito di una visione di unità nelle diversità, non di uniformità.

Anche i nuovi rapporti tra Vaticano e Cuba li avviò Giovani Paolo II, e questo non torna con quanto detto a Roma da Pompeo: “ Gli Stati Uniti fanno la loro parte nel parlare in nome delle vittime della repressione religiosa, possiamo fare di più, ma lavoriamo duramente per gettare una luce sugli abusi, punire chi è responsabile, e possiamo incoraggiare altri ad unirsi a noi. Ma per quanto le nazioni possano fare, alla fine i nostri sforzi sono limitati dalla realtà della politica mondiale – ha continuato il capo della diplomazia dell’amministrazione Trump – gli Stati possono a volte fare compromessi per far avanzare buoni fini, i leader vanno e vengono e le priorità cambiano”.

“Ma la chiesa è in una posizione differente” ha proseguito, affermando che questo tipo di considerazioni “non devono compromettere standard di principio basate su verità eterne. E la storia ha dimostrato che i cattolici hanno affermato i loro principi in azioni gloriose”, in favore della dignità umana. Qui potrebbe emergere un nesso assolutista, un’idea di Chiesa giudice eterno al di sopra e al di là della storia.

* Vaticanista di RESET, rivista per il dialogo