Calcio

Luis Suarez, il caso ridotto a tifo calcistico. Ma perché nessuno parla di lotta di classe?

Un esame di lingua italiana che doveva sancire l’acquisizione della cittadinanza italiana (e quindi comunitaria) e l’inizio dell’avventura dell’attaccante uruguagio Luis Suarez con la maglia della Juventus, è finito male. È finito per la precisione con una nota del procuratore della Repubblica Raffaele Cantone in cui si legge che “dalle attività investigative è risultato che gli argomenti oggetto della prova d’esame sono stati preventivamente concordati con il candidato e che il relativo punteggio è stato attribuito prima ancora dello svolgimento della stessa”.

Al momento si sa poco più di questo considerando che le indagini sono ancora in una fase embrionale (l’indagine sull’ateneo risale a febbraio ma riguardava altri capi d’accusa, la vicenda Suarez si è aggiunta qualche giorno fa), ma per quanto ci riguarda possiamo anche farla finita con il parlare di divise e martelletti di giudici. La chiave di lettura di questa vicenda nel nostro punto di vista si avvicina di più ai classici del socialismo che alla sceneggiatura di Carabinieri 4 con Alessia Marcuzzi.

Esattamente a questo proposito, molto più interessanti delle parole di Raffaele Cantone sono quelle registrate dalle intercettazioni tra i vari dirigenti dell’Università per Stranieri di Perugia. Le intercettazioni, oltre a restituirci un quadro tragicomico sulla preparazione di Suarez (in grado a quanto pare di coniugare i verbi solo all’infinito), ci regalano un passaggio fondamentale: “Non dovrebbe, deve, passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1″. Davanti a noi non abbiamo quindi un goffo tentativo di falsare un esame (non dovrebbe essere niente di scandaloso dato che questo modus operandi è in Italia praticato sistematicamente da numerosissimi istituti scolastici privati, spesso con finanziamenti statali), ma la rappresentazione plastica di come la prima delle divisioni, davanti a qualunque altra, continui a essere sempre quella in classi.

A questo punto le riflessioni che possono partire sono diverse e volendo complementari, ma il dibattito pubblico italiano sembra ormai essersi focalizzato sulla masturbazione cronica alla ricerca di prove che associno ora, ancora e per sempre la Juventus a situazioni di illeciti. Insomma, anche di fronte ad una situazione che dovrebbe togliere il respiro ad un’ampia fetta di opinione pubblica – da quella che vede la cittadinanza italiana come un privilegio cacciando gli sprovvisti dai Sacri Confini a quella che si riconosce nel patto repubblicano alla base di questo zoppicante Paese – si preferisce fare tifo calcistico. Peccato, perché come dicevamo gli spunti sarebbero diversi.

Uno spunto potrebbe essere quello su come funzioni l’acquisizione della cittadinanza italiana e la necessità di una profonda riforma in senso progressista ed inclusivo della stessa, rappresentato dal fatto che Suarez, in quanto sposato con un’uruguagia da padre friulano, acquisisca grazie ad un tentacolo dello ius sanguinis la cittadinanza italiana dopo 3 anni di matrimonio, mentre i figli di immigrati in Italia, che padroneggiano alla perfezione pure il dialetto, oltre all’italiano, con lo ius soli ne debbano aspettare 18 (a dispetto di una media europea di 6 anni. Il caso dell’Italia poi è paradossale dato che chi è nato all’estero ma risiede qui ne deve aspettare solo 10), scavando il paradosso logico ed etico che si viene a creare e le intenzioni evidenti di chi concepisce meccanismi di questo tipo.

Se il diritto e la burocrazia annoiano potremmo parlare della perdita di valore del concetto di cittadinanza parallelo alla scomparsa di quello di popolo (inteso prettamente come demos) e alla riduzione della cittadinanza stessa ad un’espressione del nazionalismo, magari portato avanti da chi fino a qualche anno prima sputava sulla bandiera e rivendicava ridicoli staterelli nel Grande Nord, oppure a delle belle parole campate in aria senza una traduzione materiale, come quelle d’ordine di gran parte del processo di integrazione europea.

È un settembre strano, questo. È successo che la rettrice dell’Università per Stranieri di Perugia ha sostenuto che il denaro procuri diritti e assicuri possibilità. Il procuratore l’ha chiamato concorso in corruzione. Forse è apartheid.