Cronaca

La libertà non è far quello che si vuole. E soprattutto non può essere a senso unico

Strano animale la libertà e bene ha fatto il Presidente Mattarella a ricordarlo a tutti: “La libertà non è fare ammalare gli altri” ha detto. E bene ha fatto a ricordarlo, in tempi in cui la parola “libertà” viene usata come sinonimo di possibilità illimitate, soprattutto per perseguire l’interesse personale.

Gli strepiti di chi urla che delle semplici misure di sicurezza rivolte alla collettività “ci tolgono la libertà” sono il segno di un’ipocrisia nemmeno troppo nascosta: la libertà è sempre limitata in qualche modo, se non lo fosse vivremmo nel caos più assoluto.

Per fortuna qualcuno limita l’istinto che mi spingerebbe a fare del male a un altro, così come per fortuna vieta il mio desiderio di guidare a sinistra o di passare con il rosso. Le regole sono alla base di ogni società umana e le regole sono di fatto una limitazione delle libertà del singolo a favore della convivenza, cioè della comunità. “La libertà non è star sopra un albero e nemmeno il volo di un moscone” cantava il compianto Giorgio Gaber, “la libertà è partecipazione”.

Appunto, avere coscienza di far parte di un insieme di persone, non di essere un’isola sperduta. Comprendere che a volte un nostro gesto, fatto per accontentare il nostro desiderio di libertà, può nuocere ad altri e mai come ora tale pensiero appare vero, vicino, concreto. Il virus ci sta dando una lezione importante, ci sta dicendo: guardate che cammino con le vostre gambe, che se non vi proteggete l’uno con l’altro, l’uno dall’altro, vi colpisco ancora e ancora. Sta a voi capirlo. E vi colpisco tutti, indiscriminatamente, non faccio differenze. Se lo capite, mi potete battere rimanendo uniti nella lotta, altrimenti mi facilitate il lavoro.

Libertà è anche quella di non essere contagiati e perché ciò non avvenga occorre che la libertà di tutti venga un po’ limitata. Senza contare che certi annunci sfiorano il ridicolo, se non l’offesa. Forse non me ne sono accorto, mi capita spesso, ma negli ultimi due mesi non mi è sembrato di essere a Dresda nel febbraio 1945. Neppure di essere rinchiuso alla Cayenna o bloccato in una miniera a 100 metri di profondità. E non riesco proprio a paragonarmi a un abitante di Sarajevo ai tempi dell’assedio. Però a sentire certi commenti mi viene il dubbio di essere stato da qualche altra parte, non a casa mia.

Siamo onesti, non è certo stato piacevole essere costretti a rimanere gran parte del tempo in casa e,se parliamo sul piano economico, come si può non essere solidali con chi ha dovuto fare grandi sacrifici. Quello che però mi sembra esagerato è questa retorica sulla necessità di libertà, di movimento, di andare dove si vuole.

È curioso poi che i richiami alla libertà di movimento vengano proprio da chi vorrebbe impedirla agli altri. Noi dobbiamo essere liberi di andare dove vogliamo, quelli fuori no. Loro devono rimanere a casa loro, in un lockdown perenne, altrimenti ci contagiano con le loro culture, le loro storie, le loro pelli di colore diverso. Una libertà per pochi, quindi, a senso unico, perché come scrive il poeta finlandese Eero Suvilehto: “I confini impediscono ai poveri di entrare dentro, non ai ricchi di uscire”.