Società

50 sfumature di haters: una carrellata per distinguerli e ‘apprezzarne’ le qualità

Mi duole dovervi comunicare che oggi non andrà in onda una nuova puntata de La francesina ai tempi del Coronavirus, poiché tratteremo di altri virus pandemici che, nei secoli dei secoli, trovano coltura fertile negli uomini: l’ignoranza e l’ottusità, da cui l’odio è generato e in cui gli haters degenerano (sì, come la mia simpatica malattia).

Prenderemo spunto dalla paradossale accoglienza riservata a Silvia Romano al suo rientro in Italia, che mi ha portato a questa sottile riflessione, affidata al mio profilo Facebook (accessibile a tutti, vi aspetto a braccia aperte: ehm, forse è meglio a mente aperta): “Silvia Romano si converte all’Islam e scatta l’odio social, io divento Amish e nessuno mi degna di un insulto…”! Perché?

Probabilmente ho scelto una religione poco affascinante agli occhi dei leoni da tastiera; per giunta non attraggo insulti per il colore della pelle: nessuno mi dice “bianco di m…a”, piuttosto che “scimmione albino”; sono italiano: allora vengo prima, perché “prima gli italiani”; sono del Nord: per cui niente “terrone”. Qualche speranza la pongo sul fatto che mio padre è pugliese, ma la certezza di essere insultato non può che arrivare dalla mia disabilità: lei sì che mi dà soddisfazioni.

Mi è bastato, infatti, pubblicare un post a sfondo politico per ricevere del sano odio, riassumibile in questo commento: “Disabile ci sarà tua madre!”. Colgo l’occasione per presentarvi la categoria degli odiatori che ti insultano solo perché non la pensi come loro. Peculiarità: incapacità a interloquire, se non attraverso l’offesa spicciola dell’altro (perché, cosa c’entra mia madre? E, poi, da quando “disabile” è un’offesa?).

Per non parlare dei rappresentanti del “cortocircuito delle sinapsi”, gli inventori del più classico e sconcertante dei commenti: “Se l’è andata cercare”, in riferimento alle vittime di stupro, ree di indossare, al momento della violenza, la gonna oppure la minigonna o i jeans attillati. E il cortocircuito di cui sopra, come per magia, destituisce di responsabilità l’aguzzino e ne attribuisce alla vittima, perché di vittima si tratta. Così come si tratta di violenza: lo stupro non ha, non può e non deve mai avere una giustificazione, mai.

A seguire chi non riesce a guardare oltre al proprio naso: l’esempio da chi si indigna perché la cooperante al rientro sorrideva. Ha rischiato costantemente di morire, è stata prigioniera di un gruppo di terroristi per 18 mesi, ritrova i genitori, come poteva essere se non felice e sorridente?

Questo va a prescindere dal pagamento o meno del riscatto: da sofferente di alto rango anch’io cerco di essere positivo e sorridente, eppure beneficio di risorse pubbliche da far impallidire gli haters di tutto lo stivale.

Troviamo, poi, la categoria degli ottusi: di chi, per esempio, ancora non si capacita del perché i migranti non stanno a casa loro. Forse per lo stesso motivo per il quale i nostri avi sono emigrati: la povertà? La fame? Per trovare migliori condizioni? Altrimenti così tante persone non rischierebbero la vita.

Ai falsi sensibili che rispondono al nome di alcuni animalisti che insultarono, augurandone la morte, una collega di sofferenza grave dichiaratasi a favore dei test sugli animali per la ricerca scientifica: come, proteggiamo gli animali ma non gli umani?

Gli odiatori inconsapevoli, che attaccano, insultando, chi sta seminando odio, senza rendersi conto di usare le stesse armi.

Infine abbiamo gli odiatori che si contraddicono, e mi riferisco ai giorni successivi al rapimento della Romano: “Quei selvaggi le insegnino le buone maniere sessuali”, ma se fossero davvero selvaggi come potrebbero insegnare delle buone maniere? E poi cosa c’entra il sesso?

Se dovessimo disegnare il diagramma di Venn dei commentatori al vetriolo nell’insieme al centro troviamo la panza, nel senso che l’hater in questione disattiva ogni filtro mentale per lanciarsi all’insulto senza barriere; l’aggressività, che abita in tutti noi, ma quando non si sa come incanalarla i social sono un buon rifugio; idem per la frustrazione: da dietro la scrivania l’anonimato è garantito; infine non può certo mancare una buona dose di stupidità.

Propongo dunque, in onore dei nostri amici odiatori, di modificare il proverbio che più mi rappresenta – “la sera leoni, la mattina c……i” – in: “Sui social dei veri leoni, al di fuori dei gran beoni”.