Società

Coronavirus, c’è un modo per essere solidali con chi perderà il lavoro: si chiama patrimoniale

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di Andrea Taffi

La fase 2 è iniziata. Riparte l’industria, la grande produzione e, dal 4 maggio, avremo un piccolo allentamento delle restrizioni alla nostra libertà di movimento. L’ultimo Dpcm crea, però, più scontenti che contenti.

Tra i primi c’è sicuramente la Cei, che grida alla violazione della libertà di culto, perché il governo continua a vietare la celebrazione delle funzioni religiose. Ma sono i commercianti a lanciare il grido più forte, un grido che non è di semplice disappunto o delusione, no, è un grido di vera e propria disperazione, perché in ballo c’è la loro stessa sopravvivenza. Gli studi ci dicono che molte, moltissime attività commerciali non ripartiranno più, chiuse, chiuse per sempre.

Certo, il premier Conte si è affrettato a dire che nessun imprenditore sarà lasciato solo, che gli aiuti economici ci saranno e saranno per tutti. E tuttavia le banche, gli unici istituti in questo momento in grado di erogare denaro liquido, si mettono di traverso, nel senso che, dovendo prestare soldi che sanno benissimo non saranno recuperabili dal debitore, valutano con estrema attenzione e cautela l’erogazione dei prestiti, dimostrando, con ciò, di non fidarsi troppo della garanzia statale.

L’Unione Europea elargirà grandi quantità di denaro agli Stati membri, ma, a parte il fatto che sono ancora al suo esame le modalità di erogazione (prestito o fondo perduto), questi soldi saranno disponibili in tempi non veloci e comunque sempre troppo lunghi per chi quei soldi li aspetta.

In tutte queste settimane di chiusura, una cosa l’ho imparata: gli italiani sono un popolo solidale, solidale con chi soffre, con chi ha lavorato per salvare la vita a chi si è ammalato. Ma ho imparato anche che gli italiani hanno fatto tanta solidarietà, togliendosi i soldi dai conti correnti per darli alla protezione civile. E allora mi chiedo: potrebbero essere gli italiani altrettanto generosi con tutti quei concittadini le cui attività economiche, ancora ferme, rischiano davvero – strette tra esigenza di tutela della salute pubblica e burocrazia nazionale ed europea – di essere costretti a dire basta, a chiudere senza più riaprire? Io credo di sì.

Sì, perché un bar, un negozio, un barbiere, un centro estetico, un ristorante, sono parte della nostra vita, e sarebbe bello che tutti noi, dopo, li ritrovassimo, lì dov’erano prima del coronavirus. E come si può concretizzare tutto questo? Beh, lo si può fare attraverso uno strumento che tutti conoscono col nome di patrimoniale, un nome che fa paura, che molti identificano semplicemente come l’asta della bandiera di una sinistra che più sinistra non si può. Io, in questo momento, preferirei non chiamarla patrimoniale, ma solidarietà, una solidarietà non a fondo perduto, ma incidente sull’interesse di tutti noi.

Perché noi potremmo anche non andare più a prendere il caffè al “nostro” bar sotto casa o comprare i vestiti in quel negozio, piccolo ma che ha merce di qualità e al quale siamo affezionati, ma (io credo) non sarebbe più la stessa cosa, perché la normalità è ritorno a qualcosa che c’era prima. E se questo significa incidere sul nostro conto corrente, credo che sia un sacrificio importante, ma fattibile; non meno importante e fattibile di quelli che abbiamo fatto fin qui.

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