Società

Fase 2 – Aziende e uffici verso riapertura, scuole no. E i figli? “Manca un cammino parallelo per i bambini”. Le opzioni per chi torna al lavoro

Nel 53% delle famiglie entrambi i genitori dovranno tornare in ufficio o in fabbrica, e chiedono indicazioni su cosa fare e a chi affidare i propri figli, visto che scuole e ludoteche sono chiuse. E i nonni sono "sconsigliati". Le associazioni: "Bonus baby sitter? L'unica strada per molti, ma insufficiente e senza un preciso protocollo sanitario". Roma e Milano pensano a centri estivi e summer school

Molte domande, qualche proposta e nessuna risposta certa. Si potrebbe sintetizzare così la situazione vissuta da migliaia di famiglie italiane, divise tra la necessità (e la possibilità che si inizia a intravedere) di tornare al lavoro e la gestione dei figli. Che sono rimasti e, probabilmente, continueranno a rimanere a casa. La ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina lo ha detto: non si tornerà a scuola fino a settembre, anche per avere il tempo di riorganizzare il ritorno sui banchi. Si parla di Fase 2 dando per scontate due cose: la ripresa delle attività e lo stop prolungato delle scuole. Questo significa che per milioni di italiani si pone un problema: che fare con i nostri figli? Secondo un’indagine condotta dalla piattaforma internazionale Yoopies, che incrocia domanda e offerta di assistenza all’infanzia e servizi alla famiglia, se finora in circa l’87% dei nuclei familiari presi in esame almeno uno dei due genitori è rimasto a casa con i bambini (solo nel 13% dei casi entrambi hanno continuato a lavorare fuori casa) dal 4 maggio queste due quote saranno molto più bilanciate.

Nel 53% delle famiglie, infatti, entrambi i genitori dovranno tornare alla propria occupazione, mentre nel 47% dei casi uno dei due genitori potrà rimanere a casa con i bambini, o attraverso lo smartworking o per una sospensione dell’attività lavorativa. E allora ci si domanda se e quando verranno date indicazioni ai genitori su cosa fare e a chi affidare i propri figli, mentre loro dovrebbero tornare in fabbrica o in ufficio nella fase 2. Un tema ancora più urgente visto che molte strutture, dagli oratori alle ludoteche, potrebbero rimanere chiuse e che i nonni, più esposti al rischio del contagio, dovranno probabilmente rinunciare ancora per un po’ al ruolo che hanno sempre avuto nell’accudire i nipoti. Anche quella della baby sitter, per chi può permettersela, è un’opzione che genera perplessità, per esempio sulla necessità di sottoporle ai tamponi prima di affidare loro i pargoli.

Congedi e bonus baby sitter: le misure messe in campo finora – Le misure messe in campo finora sono quelle del congedo parentale di 15 giorni al 50% dello stipendio (per genitori lavoratori con figli fino a 12 anni) che dovrebbero raddoppiare nella fase 2 e, in alternativa, del bonus babysitter da 600 euro (chiesto finora da 40mila famiglie). Sarebbe poi in arrivo nel prossimo decreto un assegno, da aprile a dicembre, per chi ha figli fino a 14 anni. Un aiuto che varia in base a reddito e numero di figli. E poi c’è lo smartworking. Facile a dirsi, perché per molte attività, per esempio nelle fabbriche, non è praticabile e la maggior parte delle piccole e medie aziende, in tutta Italia, non sono attrezzate per il lavoro da remoto. “Le misure messe in campo finora sono insufficienti, perché non si può pensare di andare avanti con i congedi parentali a metà dello stipendio o mettendosi in ferie e rischiando di perdere il posto di lavoro, cosa che capiterà a molti” spiega a ilfattoquotidiano.it il presidente dell’Associazione genitori italiani, Rosaria D’Anna. “Non si possono aprire fabbriche e uffici senza prevedere un cammino parallelo, anche se a step, per le scuole – aggiunge – perché le famiglie sono il vero motore dell’Italia e perché anche la formazione scolastica sta andando avanti tra mille difficoltà, soprattutto grazie all’impegno dei genitori”.

Gli appelli al Ministero – “Facendo parte del Forum nazionale delle associazioni dei genitori nella scuola, abbiamo chiesto un incontro al ministro Azzolina – aggiunge – ma finora non c’è stato alcun riscontro”. La speranza era quella di far rientrare almeno i ragazzi che devono affrontare gli esami di maturità, per loro è un momento importante. In una lettera indirizzata alla ministra dell’Istruzione, oltre mille tra genitori, docenti, educatori, pediatri, psicologi e giornalisti, già attivi nel comitato promotore di ‘Un’ora d’aria per i bambini’, hanno chiesto con l’hashtag #PrimaLaScuola, di “progettare la ripresa delle attività scolastiche in presenza almeno a settembre, ma anche prima per i più piccoli”. La proposta, pubblicata sulla piattaforma Avaaz, è quella di riaprire dalla fase 2 “i servizi educativi facoltativi alla prima infanzia, nidi e materne e scuole primarie, eventualmente con gradualità (dando precedenza alle prime classi)”.

Digital divide e bambini diversamente abili: i problemi delle famiglie – Nel frattempo le famiglie stanno continuando a fare i salti mortali per tenere tutto insieme, tra casa, lavoro e formazione scolastica dei figli. “Solo che le difficoltà sono tante – aggiunge D’Anna – legate alla copertura della rete, al funzionamento delle piattaforme utilizzate dai docenti per comunicare con gli alunni e al fatto che non tutte le famiglie hanno dimestichezza con questi strumenti tecnologici. E poi c’è il drammatico problema di bambini e ragazzi diversamente abili o con patologie gravi, che hanno bisogno di uscire dalle quattro mura”. Si tratta di questioni non risolvibili con il bonus baby sitter, che pure tante perplessità lascia. “Abbiamo delle riserve sul fatto che i genitori vadano a lavorare negli ospedali o nelle fabbriche e poi tornino a casa dai figli, che però non possono tornare tra i banchi – spiega la presidente dell’Age – o sull’idea che i bambini siano più tutelati con una baby sitter a casa, che in una scuola sanificata dove si potrebbero adottare misure adeguate, come il distanziamento sociale”. Ma è possibile farlo negli istituti italiani? “Non sarà facile, è un problema che non nasce oggi con il Covid-19, ma bisogna iniziare a discuterne perché è chiaro che in futuro non si potranno più formare le cosiddette ‘classi pollaio’ e le cose dovrebbero cambiare già con il prossimo ciclo”.

Le perplessità sul bonus baby sitter – Il bonus baby sitter non risolve la questione neppure per Assonidi, che nei giorni scorsi ha lanciato l’allarme su centinaia di nidi e scuole dell’infanzia a rischio chiusura perché rimasti senza rette, ma alle prese con i costi fissi di gestione. “Non si comprende – ha spiegato il direttore Paolo Uniti – perché si concentrino ingenti risorse sui servizi di baby-sitting, peraltro senza un preciso protocollo sanitario in grado di tutelare la lavoratrice, i bambini e le famiglie, piuttosto che destinare liquidità al nostro settore, magari prevedendo delle riaperture a gruppi ridotti di bambini e con una certificazione sanitaria dei genitori, privacy permettendo”.

Come si sono organizzate le famiglie italiane Dai dati emersi dallo studio Yoopies, invece, i genitori che dovranno tornare a lavoro puntano eccome sulla baby-sitter. Ci conta il 50% delle famiglie, mentre il 30% pensa di affidarsi all’aiuto di amici e parenti, mentre il 20% dei genitori dichiara di pensare a una ulteriore sospensione dall’attività lavorativa, non avendo ancora trovato una soluzione alternativa. Non solo. I timori del contagio attraverso la baby sitter ci sono, ma questo non impedisce al 67% dei nuclei familiari di considerarla l’unica soluzione possibile per tornare al lavoro. Così il 48% dei genitori ha già richiesto o ha intenzione di richiedere il bonus baby-sitting, anche se appena il 9% lo ritiene sufficiente per coprire le spese da affrontare.

La lettera delle mammeSulla piattaforma change.org, è stata pubblicata una lettera indirizzata alle ministre dell’Istruzione Lucia Azzolina e della Famiglia Elena Bonetti, firmata dall’avvocatessa Andrea Catizone, dall’esperta di diritto penale Antonella Madeo e da altre centinaia di donne, nella quale si racconta del “senso di angoscia e di spavento” provato in queste ore dalle madri che da febbraio gestiscono una situazione che rischia di determinare “una loro fuoriuscita definitiva dal mondo del lavoro”. Un problema vissuto, lo ricordano, anche insieme ai padri “che però hanno mantenuto il loro già più solido legame con l’attività lavorativa e che, come si sa, guadagnano di più”. Si chiedono così interventi immediati sull’edilizia scolastica, ma anche “provvedimenti specifici ed urgenti per dare una risposta alle esigenze delle famiglie con figli diversamente abili” e “una programmare fin da ora della gestione della ‘fase estiva’, per il periodo in cui i genitori dovranno rientrare al lavoro”.

Verso l’estate: proposte di summer school e centri estivi – E, a proposito della fase estiva, il sindaco di Milano, Beppe Sala ha annunciato di aver chiesto agli uffici tecnici e all’assessorato competente di preparare una proposta per cercare di metter in piedi una sorta di summer school. “Non sto parlando di scuola – ha specificato – ma di una modalità per dare una mano alle famiglie nella cura dei loro bambini”. Un tema affrontato anche dalla sindaca di Roma, Virginia Raggi, in un intervento i microfoni di Radio Cusano Campus. “Ritengo che già dal mese di luglio – ha detto – si possa pensare a una riapertura tipo centri estivi, anche perché i bambini credo che stiano sviluppando delle cattive abitudini, dei turbamenti“. L’ipotesi è quella di riaprire, dati epidemiologici permettendo, una sorta di centri estivi “magari con due turni, mattina e sera”. E se la spinta all’apertura dei parchi non risolve il problema di chi dovrà portare i bambini ai giardini, quella dei centri estivi a prezzi contenuti (con regole e modalità nuove) è un’ipotesi a cui sta lavorando la ministra Bonetti e che potrebbe essere una soluzione per molti genitori, realizzabile attraverso bandi (sul piatto ci sono 35 milioni di euro) aperti a centri, associazioni e terzo settore e che potrebbero partire a metà maggio.

Dalla Cina alla Francia: cosa accade altrove – Nel frattempo, altrove, a scuola si ritorna. Rientreranno in classe il 6 maggio gli studenti all’ultimo anno di scuola superiore nella provincia cinese di Hubei, dal cui capoluogo Wuhan è partita la pandemia. Nella maggior parte delle province della Cina le scuole sono già state riaperte, soprattutto per gli studenti all’ultimo anno di scuola superiore, con l’eccezione della capitale Pechino. La Danimarca è stata la prima a riaprire le scuole. In Germania, dalla materna alle elementari, a scuola sono tornati solo i figli dei cosiddetti ‘lavoratori essenziali’, ossia medici, poliziotti, operai, autisti di autobus e cassieri dei supermercati. Macron ha annunciato che in Francia le scuole riapriranno l’11 maggio. “Ho studiato i documenti varati nei Paesi esteri che hanno fatto ripartire o vogliono far ripartire la scuola” ha detto, a riguardo, la viceministra dell’Istruzione Anna Ascani, in un diretta Facebook. In quei documenti, l’esponente del governo non ha riscontrato nessuna misura “innovativa”. “Si dice che se compaiono i sintomi gli studenti vengono mandati a casa. Ma se compaiono i sintomi spesso è tardi”.