Diritti

Restare a casa per le donne vittime di violenza può essere un incubo. Ma, anche se non è facile, noi ci siamo

“Chiamateci, noi ci siamo!” è l’appello accorato che Antonella Veltri, presidente D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, ha rivolto ieri alle donne che subiscono violenza e che sono costrette ad una convivenza forzata e in situazioni di isolamento con uomini violenti per le misure del Dpcm (Decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri).

Il Coronavirus non ferma la violenza. Stamattina a Torino un uomo ha ucciso la moglie e il figlio, era un ex vigile urbano ed aveva 66 anni. Sappiamo che le violenze aumentano durante il fine settimana, le festività natalizie, le ferie di agosto, ovvero quando le circostanze favoriscono un aumento del tempo di compresenza tra le mura domestiche.

E’ proprio in quei giorni che avvengono più emergenze e il Coronavirus rischia di portare ad un aumento dei femminicidi, lo conferma la stessa Cina che ha rilevato come la pandemia abbia favorito aggressioni e violenze tra le mura domestiche con un’ impennata di denunce per violenza e maltrattamento.

I dati D.i.Re confermano che l’autore della violenza è il partner nella maggioranza dei casi (56%), poi ci sono le violenze commesse dall’ex-partner (21%) o da altri familiari (10%) per questo l’invito #IoRestoaCasa che già mette in difficoltà chiunque perché è una scelta forzata, può diventare un incubo per le donne che vivono relazioni con i violenti e diventa problematico per i figli costretti a vivere tensioni e ad assistere ad aggressioni senza avere l’opportunità di allontanarsi.

Tutto questo avviene in un momento in cui le misure di prevenzione del contagio imposte dal governo stanno creando difficoltà alle operatrici dei Centri anti-violenza che in pochi giorni si sono trovate strette tra Scilla e Cariddi, ovvero sono state chiamate a tutelare le donne dal rischio del contagio ma anche dal rischio della violenza ma sono riuscite, in breve tempo, a riorganizzarsi per garantire delle risposte.

I colloqui individuali con le donne al Centro anti-violenza sono stati sospesi o limitati a situazioni di emergenza, i centri continuano a restare aperti grazie alle operatrici che rispondono al telefono o fanno colloqui via Skype. Nulla cambia per le donne che sono ospitate nelle Case Rifugio, alle quali sono state date indicazioni per l’emergenza sanitaria con la cura di trovarle in lingua madre per le donne straniere qualora non comprendano l’italiano. Le indicazioni rispettano il Dpcm: non si deve uscire se non per fare la spesa, si deve avere attenzione e lavarsi spesso le mani, si devono disinfettare le superfici, ci si deve tenere ad un metro e mezzo di distanza dalle persone qualora sia necessario uscire.

Anche gli interventi in emergenza sono garantiti seppur con una riorganizzazione temporanea del progetto, chiedendo la collaborazione delle forze dell’ordine e del pronto soccorso che partecipano all’emergenza. E’ infatti ai carabinieri e alla polizia o al pronto soccorso che le donne si rivolgono dopo essere state aggredite.

In queste ore si sta fronteggiando anche la paura delle donne già ospitate nelle Case Rifugio perché alcune di loro sono preoccupate di un eventuale arrivo di altre donne. Nelle Case rifugio la coabitazione e la condivisione degli spazi non permette di mantenere distanza tra le ospiti ed è opportuno evitare motivi di tensione o esposizioni al rischio di contagio, una grande responsabilità che ha spinto le operatrici ad individuare soluzioni quali trovare ospitalità temporanea (15 giorni) in luoghi dove le donne possano risiedere senza coabitare con altre persone per poi essere accompagnate nella Casa Rifugio.

Questa situazione ha messo sotto pressione le donne alle quali non giova certo una situazione di isolamento forzato nel momento in cui dovrebbero essere favorite le relazioni con le operatrici con colloqui al Centro antiviolenza e visite frequenti nelle Case Rifugio per ricevere tutto il sostegno possibile. Un contesto di crisi che mette in difficoltà i bambini costretti a casa. “Molti Centri anti-violenza – ha spiegato Antonella Veltri, presidente D.i.Re – hanno coinvolto le psicologhe per dare sostegno alle donne e ai bambini, anche a distanza”.

Poi ci sono tutte le difficoltà delle operatrici. “In molti Centri anti-violenza – spiega Antonella Veltri – le operatrici si sono dotate di mascherine e guanti che però sono di difficile reperimento. Fortunatamente l’Unhcr – l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati – con il quale siamo in contatto grazie al progetto Leaving violence living safe – si è reso disponibile ad aiutarci. Purtroppo ci siamo rese conto che non siamo considerate nel lavoro sociale, che stiamo facendo e continueremo a fare il nostro lavoro nonostante non ci sia stata riservata grande attenzione dalle istituzioni e avremmo voluto ricevere maggiore attenzione e concretezza anche da parte del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, perché il fenomeno della violenza richiede attenzione. Il governo non deve dimenticare che le direttive previste nel Dpcm, a mio avviso necessarie, espongono le donne che già vivono relazioni con violenti al rischio che i maltrattamenti si facciano più frequenti e più gravi”.

@nadiesdaa