Economia

Popolare di Bari, la versione di Bankitalia: “Carenze nei controlli evidenziate fin dal 2010. Governo avvertito della situazione a febbraio”

Via Nazionale ha pubblicato sul suo sito una scheda che ripercorre tutte le tappe della crisi. La vigilanza rivendica tra l'altro di avere nel marzo 2017 "invitato il presidente", allora Marco Jacobini, "a dar corso ai propositi di rassegnare le proprie dimissioni", e di aver quest'anno "più volte portato all’attenzione anche del Ministro dell’Economia e delle Finanze l’aggravamento" dello stato dei conti. In caso di liquidazione, spiega poi la nota, il Fondo interbancario dovrebbe rimborsare ai correntisti con deposti sotto i 100mila euro un totale di 4,5 miliardi

Parte da lontano la crisi di Banca popolare di Bari conclusa venerdì con il commissariamento deciso da Bankitalia. E, mentre Italia Viva e Movimento 5 Stelle continuano a scontrarsi sul salvataggio e le responsabilità delle “gravi perdite patrimoniali” dell’istituto, via Nazionale ha pubblicato sul suo sito una scheda che ripercorre tutte le tappe. Con l’intento di evidenziare che i controlli e gli interventi ci sono stati, anche se secondo il leader M5s Luigi Di Maio occorre “verificare se si poteva fare di più”. Per non parlare dei dubbi sul via libera al salvataggio di Tercas in una fase in cui l’istituto in teoria era soggetto ad un blocco delle attività di espansione deciso dallo stesso Palazzo Koch. Che nella nota rivendica tra l’altro di avere nel marzo 2017 “invitato il presidente”, allora Marco Jacobini, “a dar corso ai propositi di rassegnare le proprie dimissioni, che lui stesso aveva manifestato”, e di aver quest’anno “più volte portato all’attenzione anche del Ministro dell’Economia e delle Finanze l’aggravamento della situazione aziendale” con lettere datate “27 febbraio, 3 maggio, 2 ottobre e 26 novembre 2019”. E avverte che, in caso di liquidazione dell’istituto, il Fondo interbancario dovrebbe rimborsare ai correntisti con deposti sotto i 100mila euro un totale di 4,5 miliardi.

Nel 2010 la Popolare di Bari, si legge, “viene assoggettata ad accertamenti ispettivi, che si concludono con una valutazione “parzialmente sfavorevole”; le verifiche evidenziano, in particolare, carenze nell’organizzazione e nei controlli interni sul credito“. Nel 2011-2012 la Vigilanza “si concentra sull’efficacia e funzionalità del sistema dei controlli interni. Gli esponenti aziendali vengono richiamati all’esigenza di rafforzare i presidi a fronte dei rischi di liquidità e compliance, rilevati nel corso dell’ispezione”.

Nel 2013 ci sono ulteriori accertamenti “mirati sul rischio di credito, sulla governance aziendale, sul sistema dei controlli interni. Le verifiche mettono in luce progressi rispetto a quanto riscontrato durante l’ispezione del 2010″. Nel luglio 2014, tappa importante, “la Banca d’Italia autorizza Pop Bari ad acquisire il controllo di Banca Tercas, e l’intervento viene accompagnato da un contributo di 330 milioni da parte del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (Fitd)”. Ma nel 2015 l’intervento del Fondo a favore della banca diviene oggetto di contestazione da parte della Commissione europea per la sua presunta configurabilità come aiuto di Stato. Inoltre nel biennio 2014-15 la banca realizza un’operazione di rafforzamento patrimoniale di complessivi 550 milioni, tra emissioni di nuove azioni (330 milioni) e collocamento di obbligazioni subordinate (220 milioni)”. A maggio Vincenzo De Bustis lascia la direzione generale e in sella rimane il presidente Marco Jacobini, figlio del fondatore della banca Luigi, che sarà affiancato dall’ad Giorgio Papa.

Nel giugno 2016 la Banca d’Italia avvia nuovi accertamenti che si concludono con un giudizio “parzialmente sfavorevole”. A dicembre, per effetto delle ordinanze del Consiglio di Stato sulla riforma varata dal governo Renzi, si interrompe il processo di trasformazione della banca in società per azioni, trasformazione che viene invece completata dalla gran parte delle popolari. Nel marzo 2017 la Vigilanza sottolinea che la Banca ha bisogno di un rafforzamento patrimoniale e della governance con l’ingresso di elementi con specifiche competenze in materia bancaria e finanziaria e “invita il presidente a dar corso ai propositi di rassegnare le proprie dimissioni, che lui stesso aveva manifestato con lettera del febbraio 2017″.

Nel 2018 “il processo di trasformazione societaria attraversa fasi alterne. Nel frattempo si registra una accelerazione del deterioramento della situazione aziendale: il primo semestre si chiude con una perdita consolidata di circa 140 mln (l’esercizio 2017 si era chiuso sostanzialmente in pareggio)”. A ottobre la Consob multa per 2,6 milioni i vertici, tra cui Jacobini e l’ex dg De Bustis, per violazioni relative le informazioni contenute nei prospetti per gli aumenti di capitale del 2014 e del 2015. A novembre la Banca d’Italia “invita gli organi aziendali a comunicare gli eventuali sviluppi nella ricerca di potenziali investitori nel capitale della Capogruppo e i progressi nel progetto di integrazione con altre banche popolari”. A fine anno Papa si dimette e De Bustis rientra come amministratore delegato. Nel frattempo arriva un’altra sanzione Consob.

All’inizio del 2019 “emergono forti conflittualità tra Presidente e Amministratore delegato e si determina un vero e proprio ‘stallo gestionale’. A giugno la Banca d’Italia avvia una procedura sanzionatoria nei confronti della Banca e di alcuni dirigenti ed ex dirigenti, per carenze nei controlli relativi al processo creditizio. Nel secondo trimestre la Banca intensifica i tentativi di aggregazione. In vista del parziale rinnovo del Consiglio di amministrazione, a maggio la Banca d’Italia trasmette una lettera al Collegio sindacale e al CdA per sottolineare la necessità di inserire elementi dotati di autorevolezza, reputazione e adeguati requisiti di esperienza. Il CdA registra un parziale rinnovo a fine luglio 2019” quando Marco Jacobini lascia ma in cda entra Gianvito Giannelli, figlio di sua sorella.

Il 18 giugno 2019 “vengono avviati accertamenti ispettivi di vigilanza e l’ispezione si concentra in una prima fase sul ricambio della governance, avvenuto a fine luglio, per poi passare all’analisi della qualità del credito. I risultati, ufficializzati a dicembre, evidenziano l’incapacità della nuova governance di adottare con celerità ed efficacia le misure necessarie per superare la stasi operativa e riequilibrare la situazione reddituale e patrimoniale della Banca. Emergono inoltre gravi perdite patrimoniali che portano i requisiti prudenziali di Vigilanza al di sotto dei limiti regolamentari. Il 13 dicembre scatta il commissariamento. Nel corso del periodo descritto continui sono stati gli scambi informativi con la Consob, documentati in numerosi resoconti di incontri e in una ventina di lettere formali. Numerose e continue sono state inoltre le interlocuzioni con l’Autorità giudiziaria. L’aggravamento della situazione aziendale della Bpb è stato più volte portato all’attenzione anche del Ministro dell’Economia e delle Finanze (lettere del 27 febbraio, 3 maggio, 2 ottobre e 26 novembre 2019)”.

Alla Popolare di Bari, ricorda Bankitalia, fanno capo poco meno di 600mila clienti, tra cui oltre 100mila aziende. I depositi ammontano a 8 miliardi di euro, di cui 4,5 miliardi garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi perché inferiori ai 100mila euro. In caso di una liquidazione “le ricadute del dissesto sarebbero assai rilevanti, sia sul tessuto economico sia sul risparmio locale”. La liquidazione – spiega via Nazionale – “implicherebbe innanzi tutto l’azzeramento del valore delle azioni che esacerberebbe il contenzioso legale con i soci, già elevato a motivo delle modalità di collocamento degli aumenti di capitale 2014-15 (550 milioni di euro, quasi integralmente sottoscritti da clientela al dettaglio), ritenute dalla Consob non coerenti con la normativa sui servizi di investimento e da essa sanzionate”. Secondo palazzo Koch, inoltre, “subirebbero la stessa sorte anche i prestiti subordinati (circa 290 milioni di euro, di cui 220 milioni collocati a clientela al dettaglio)”.

Il radicamento capillare della banca e la sua natura di cooperativa sul territorio, spiega ancora la Banca d’Italia, hanno determinato l’ampia diffusione degli strumenti finanziari emessi dalla Banca. Il numero dei soci è pari a 70.000 circa, con quote di partecipazione mediamente pari a 2.500 azioni, corrispondenti a 5.900 euro, considerando l’ultimo prezzo rilevato sul mercato Hi-MTF prima della recente sospensione (2,38 euro). Le obbligazioni della banca (senior e subordinate), pari nel complesso a 300 milioni di euro, sono per oltre i due terzi in mano a privati e clientela al dettaglio.