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Brexit, Boris Johnson parla per metafore. Ma mancano soluzioni concrete

Molto ispirato e con accenti wordsworthiani questo incipit dell’articolo su Brexit dell’ex leader dei Conservatori britannici, Iain Duncan Smith, pubblicato il 2 agosto dal Telegraph: “Il 24 giugno, nelle prime ore del mattino, subito dopo l’annuncio dei risultato del referendum, uscii sul ponte di Lambeth. Il sole stava sorgendo sulla città in un limpido cielo azzurro. Ricordo ancora la sensazione di ottimismo che provai mentre mi crogiolavo nel suo tepore. Mentre pensavo al futuro radioso che sembrava prospettarsi per la Gran Bretagna mi concessi un sorriso. Finalmente libero, dopo decenni, dalla tirannia della burocrazia dell’Unione Europea, non avevo dubbi che il Regno Unito si sarebbe avviato sulla via della prosperità”.

Peccato che una gioia così pura sia stata poi rovinata dall'”atteggiamento negativo e aggressivo di alcuni Remainers“. Pazienza: nonostante il loro disfattismo, dice l’illustre Brexiter, “io e molti come me restiamo positivi a proposito del futuro e non sono l’unico a vedere questo momento in una luce simile a quella della Riforma” e giù una serie di considerazioni sul punto di svolta segnato dalla riforma nel cammino verso uno Stato più moderno e sulla somiglianza con le opportunità offerte dalla Brexit. Paragoni che gli sono valsi i commenti irritati e desolati di alcuni storici, tra i quali Simon Schama: “La Riforma ė stata un fenomeno paneuropeo e in Gran Bretagna ha dato origine a una guerra di religione fratricida durata due secoli”.

Attualmente, nei discorsi dei politici pro-Boris Johnson sulle prospettive della Brexit, sono molto più frequenti, anche se meno ottimisti, i rimandi e le metafore che fanno riferimento alla seconda guerra mondiale, al coraggio, al “rimbocchiamoci le maniche”, all’abnegazione, al Blitz spirit celebrato in decine di film e di racconti che, se funzionò egregiamente contro Hitler e i nazisti, adesso francamente sembra un po’ sprecato contro Barnier, Tusk o Juncker, senza contare che non c’è una guerra in corso e le privazioni e le difficoltà procurate da una Brexit senza accordo sarebbero autoinflitte e non il frutto di un’aggressione subita.

Tutto questo a proposito del folklore mentre, dalla parte dei passi avanti nel senso della soluzione dei problemi legati all’uscita del Regno Unito dall’Ue, tutto tace. Il tempo della proroga concessa dall’Ue è stato finora dedicato all’insediamento del nuovo leader Tory che si è immediatamente tuffato nella celebrazione dei vantaggi di una Brexit senza accordo con il caos connesso. La perdita di seggi conservatori nelle elezioni suppletive rende sempre più esile la maggioranza in Parlamento e non è difficile prevedere nuove, imminenti elezioni generali e un risultato in bilico, senza una maggioranza ben definita.

Si parla di alleanze tra partiti in funzione pro remain e un’ipotesi in questo senso è stata presentata sull’Irish Times dallo scrittore irlandese Fintan O’Toole che, con un sistema piuttosto complicato di candidature a elezioni suppletive nei collegi irlandesi particolarmente toccati dal rischio di un Irish Border senza backstop, vorrebbe coinvolgere temporaneamente anche i sette seggi alla Camera dei Comuni del Sinn Fein i cui rappresentanti tradizionalmente si astengono dal voto, in quanto non riconoscono al Parlamento di Westminster il diritto di legiferare anche per gli irlandesi.

Le possibili opzioni che il Regno Unito può attivare unilateralmente restano comunque sempre le stesse: deal, no deal, revoca della notifica secondo l’articolo 50. Ci sarebbe anche la possibilità di una nuova proroga, ma dipenderebbe dall’assenso dei paesi membri dell’Unione e solo la prospettiva di un cambiamento del clima politico in seguito a nuove elezioni potrebbe farla ritenere utile e praticabile, mentre il muro opposto dall’attuale governo ne decreta l’assoluta inutilità.