Diritti

Suicidio assistito, primo parere del Comitato Nazionale di Bioetica: “Diverso dall’eutanasia, ma non è un’apertura”

Il consiglio si è spaccato in due, anche se ha prevalso per pochi voti la linea del sì alla legalizzazione. Il documento arriva meno di due mesi dalla scadenza della richiesta fatta al Parlamento dalla Corte costituzionale: riempire il "vuoto normativo costituzionalmente illegittimo". Delineate sei raccomandazioni che dovranno essere d'aiuto al legislatore

Il suicidio assistito è diverso dall’eutanasia. È quanto emerge dal primo parere sul suicidio medicalmente assistito, redatto dal Comitato Nazionale di Bioetica. Il Comitato, durante la Plenaria del 18 luglio, si è spaccato in due tra la linea del sì e quella del no, anche se ha prevalso, di pochi voti, il parere favorevole alla legalizzazione. Contrari i cattolici che ribadiscono come “la vita deve essere affermata come principio essenziale”. Nel testo sono delineate sei “raccomandazioni” che dovranno servire da linea guida per il legislatore. Il documento, infatti, intende “svolgere una riflessione sull’aiuto al suicidio a seguito dell’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale”. Il riferimento è al caso di Marco Cappato e Dj Fabo, e “alla sospetta illegittimità costituzionale dell’art. 580 del codice penale”, vale a dire il reato di istigazione al suicidio.

Il parere nasce con l’idea “di dare informazioni chiare sui pro e i contro un’eventuale legislazione sul suicidio assistito. Non dunque un’apertura alla legalizzazione del suicidio assistito, ma piuttosto un valido strumento per indicare nodi, criticità e ed elementi positivi al legislatore, che potrebbe avere un approccio favorevole ma anche contrario” al tema, come sottolinea all’Adnkronos il presidente del Comitato Nazionale di Bioetica, Lorenzo D’Avack.

Il testo non è stato approvato all’unanimità e riporta le diverse posizioni dei componenti. In particolare, sottolinea D’Avack, la discussione si è soffermata sul significato dell’aiuto al suicidio assistito, sulle sue modalità di attuazione, su analogie ma anche “importanti differenze” con l’eutanasia e sui temi etici più rilevanti e delicati attinenti alla richiesta di suicidio assistito: l’espressione di volontà della persona, il consenso informato, i valori professionali e la deontologia del medico e degli operatori sanitari.

L’obiettivo principale era quello di fare chiarezza. Da qui, nonostante le due diverse linee di pensiero, i sei suggerimenti che auspicano “innanzi tutto che in qualunque sede avvenga – ivi compresa quella parlamentare – il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi nel pieno rispetto di tutte le opinioni al riguardo, ma anche con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridiche costituzionali che esso solleva e col dovuto approfondimento che esige una tematica così lacerante per la coscienza umana”. Il Comitato raccomanda, inoltre, “l’impegno di fornire cure adeguate ai malati inguaribili in condizione di sofferenza”, e chiede che tutti i pazienti siano adeguatamente informati sulle possibili cure palliative. Indispensabile anche promuovere la partecipazione dei cittadini “alla discussione etica e giuridica sul tema”, nonché incentivare la ricerca scientifica biomedica e psicosociale e la “formazione bioetica degli operatori sanitari in questo campo”.

Alcuni membri del Comitato, durante la plenaria si sono detti “contrari alla legittimazione, sia etica che giuridica, del suicidio medicalmente assistito”, e “convergono nel ritenere che la difesa della vita umana debba essere affermata come un principio essenziale in bioetica, quale che sia la fondazione filosofica e/o religiosa di tale valore, che il compito inderogabile del medico sia l’assoluto rispetto della vita dei pazienti e che l’agevolare la morte segni una trasformazione inaccettabile del paradigma del curare e prendersi cura”, si legge nella nota diffusa dal Comitato. Altri, invece, hanno espresso un parere favorevole “sul piano morale e giuridico” perché il “valore della tutela della vita” va bilanciato con altri “beni costituzionalmente rilevanti, come l’autodeterminazione del paziente”, pur riconoscendo l’obiezione di coscienza per i medici. In due, invece, hanno sottolineato i rischi che l’Italia potrebbe correre scegliendo di depenalizzare o legalizzare il suicidio medicalmente assistito, modellandosi “sulla falsariga” delle scelte “effettuate da alcuni Paesi europei”.

Necessario per tutti, però, legiferare sul tema. Il parere arriva infatti a poco meno di due mesi dalla data del 24 settembre, quella cioè fissata dalla Corte costituzionale come termine ultimo per riempire quel “vuoto normativo costituzionalmente illegittimo”. In un anno il Parlamento non è riuscito a legiferare, con i lavori bloccati e più volte rinviati, come ha denunciato l’associazione Luca Coscioni. L’ultimo rinvio dal 24 giugno al 15 luglio, per ulteriori audizioni. “Onore al Comitato Nazionale di Bioetica, che ha avuto il coraggio di decidere sul fine vita, dando così una lezione al Parlamento, che non è stato capace in sei anni di discutere la legge di iniziativa popolare e, in un anno, di rispondere alla richiesta di legiferare della Corte Costituzionale”, ha commentato all’Ansa Marco Cappato, ricordando l’immobilismo del Parlamento sul tema. “Rispetto e stima vanno sia alla maggioranza, che si è espressa in sintonia con le nostre tesi e a favore della libertà di scelta dei malati, sia a coloro che si sono espressi in modo contrario, ma comunque lo hanno fatto”, ha concluso il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni.