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Brasile, il processo a Lula ha avuto un obiettivo politico. E Bolsonaro è di nuovo nei guai

“È come nel 1964, l’anno del colpo di stato militare. Anche se le misure adottate da Bolsonaro sono diverse, le somiglianze con il 64 sono molteplici”. A parlare è uno dei più rinomati sociologi brasiliani, Ricardo Antunes, le cui opere sono oggi imprescindibili per chiunque voglia comprendere le trasformazioni strutturali nel mondo del lavoro. Antunes, in una recente intervista rilasciata a CartaCapital, individua in diversi punti le somiglianze tra l’attuale governo brasiliano e la giunta militare del 1964: nell’attacco feroce ai diritti dei lavoratori e dei loro sindacati; nell’assalto all’istruzione di massa e, in particolare, nella cancellazione delle discipline sociali e umanistiche; nella distruzione del sistema di welfare e nell’imposizione della spietata riforma previdenziale che, se approvata, – afferma Antunes – “metterà in competizione i nonni con i nipoti”, visto che i primi “saranno costretti a lavorare per sempre, fino alla morte”.

L’annuncio di questa impopolare riforma delle pensioni ha costretto diversi sindacati a indire per il 14 giugno prossimo uno sciopero generale, che potrebbe anche portare all’unificazione delle lotte sindacali con quelle dei movimenti studenteschi e femminili. Lo sciopero, annunciato diversi giorni fa, capita però in un momento particolarmente teso nel paese, specie a seguito dell’ultimo scandalo che potrebbe sconvolgere la scena politica brasiliana.

La pubblicazione sul sito The Intercept delle conversazioni private (via Telegram) tra il procuratore Deltan Dallagnol e il giudice Sergio Moro, ora ministro della Giustizia nel governo Bolsonaro, disvela l’obiettivo tutto politico della condanna per corruzione di Luiz Inácio Lula da Silva. Sì, perché Dallagnol, all’epoca del processo, era il magistrato inquirente, Moro quello giudicante e Lula era il candidato alle elezioni presidenziali del 2018. La sentenza di condanna emessa dal giudice-ora-ministro Moro mise fuori gioco Lula come candidato alle elezioni, cioè colui che tutti i sondaggi davano in vantaggio, spianando la strada alla vittoria dell’ultraconservatore Jair Bolsonaro. Il giudice Moro, secondo le chat pubblicate, si sarebbe adoperato con vari consigli e strategie per costruire e rafforzare l’impianto accusatorio della procura, in barba a qualsiasi obbligo di imparzialità e terzietà del ruolo del giudice in un processo.

Il sito The Intercept, del giornalista americano Glenn Greenwald (al quale Edward Snowden rivelò i programmi di spionaggio della National Security Agency), ha pubblicato anche le chat (sempre via Telegram) tra diversi pubblici ministeri coinvolti nel processo contro Lula, dove si discute su come bloccare un’intervista che il giornale Folha de Sao Paulo avrebbe fatto a Lula quando questi era già in carcere, in quanto temevano potesse favorire alle elezioni il candidato del Partito dei Lavoratori (PT), Fernando Haddad. Quest’ultimo era il candidato scelto dal PT in sostituzione di Lula.

A seguito di queste rivelazioni, la difesa di Lula ha fatto delle dichiarazioni in cui si sottolinea come il processo contro Lula abbia sempre avuto un “obiettivo politico”. Questa è però la prima volta in cui ciò si ammette pubblicamente, poiché né il PT né lo stesso Lula lo avevano mai denunciato. Anzi, avevano sempre espresso piena fiducia nella giustizia e, di conseguenza, ostacolato ogni richiesta dei militanti di base di organizzare delle manifestazioni politiche di protesta.

Dopo le rivelazioni di The Intercept, il trionfo politico dell’ultradestra di Jair Bolsonaro appare meno un miracolo mediatico favorito dagli algoritmi di Twitter e Facebook e più il risultato di manovre politiche e giudiziarie che avevano l’obiettivo di favorire il completamento del progetto neoliberale in Brasile, che oggi si materializza in molti provvedimenti legislativi, che vanno a colpire duramente il diritto all’istruzione, i diritti dei lavoratori e i diritti sociali nel loro complesso.

Se quanto denunciato da The Intercept è veritiero, allora Ricardo Antunes aveva ragione a costruire il parallelo tra il Brasile del 1964 e quello di oggi.