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Theresa May, da Lady di Ferro a capo debole. Ascesa e lenta caduta della premier affondata da compagni partito

Le trattative con Bruxelles, in cui partiva da una posizione di netto svantaggio viste le disposizioni contenute nei Trattati, sono stati la parte più semplice del suo lavoro da premier della Brexit. La vera sfida è stata contenere gli oppositori interni ai Tory, tra bocciature, mozioni di sfiducia e cambi di strategia forzati

Si era seduta sulla poltrona di David Cameron con due promesse: rispettare il risultato del referendum sulla Brexit del 2016 e portare a casa “un buon accordo” senza chinare la testa di fronte ai negoziatori di Bruxelles. Theresa May, che venerdì ha annunciato le sue dimissioni per il 7 giugno, poche ore dopo aver ricevuto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non aveva però fatto i conti con le oppisizioni dure, oltranziste a Westminster, anche da parte dei propri alleati di partito, i Conservatori, e da coloro che la sostengono al governo, come gli unionisti nordirlandesi. Paradossalmente, le trattative con Bruxelles, in cui partiva da una posizione di netto svantaggio viste le disposizioni contenute nei Trattati, sono stati la parte più semplice del suo lavoro da premier della Brexit, forse perché entrambe le parti avevano come obiettivo principale quello di evitare la hard Brexit.

Ma a Londra, la donna presentatasi come la nuova Lady di Ferro, la seconda a Downing Street dopo Margaret Thatcher, ha dovuto man mano annacquare le proprie posizioni. Le concessioni all’Ue sono state più di quelle previste, la formula “meglio uscire senza accordo che con un cattivo accordo” si è schiantata contro la prospettiva di una catastrofe per il Paese in caso di no deal e anche la possibilità di un secondo referendum, mai presa in considerazione, è stata usata nell’ultimo tentativo di accordo per forzare la mano alle opposizioni pro Remain. Una forzatura che, dopo lo scampato pericolo del voto di sfiducia finito nel nulla nel dicembre 2018 ed essere sopravvissuta alle tre bocciature dell’accordo raggiunto con la squadra di Michel Barnier, il capo negoziatore di Bruxelles, le è stata fatale.

Uscita vincitrice tra i tanti litiganti che ambivano alla poltrona di David Cameron, ha poi capitolato lasciando la poltrona che ha mietuto più di una vittima nella compagine di governo negli ultimi tre anni scarsi, schiacciata dalla rivolta interna ai Tory, spaccati tra Brexiteers e Remainers. I primi disposti anche a un’uscita dalla Ue senza accordo, i secondi intenzionati a un divorzio meno drastico. La stessa May, durante la campagna referendaria del 2016, si era timidamente schierata per la permanenza nell’Unione europea. Ma il risultato del referendum e la volontà di prendersi la leadership del partito l’hanno convinta, o costretta, a mettersi a capo dell’esecutivo di un Paese che, invece, aveva votato per lasciare l’Ue. Da allora, il suo mantra è stato, “Brexit means Brexit”, Brexit vuol dire Brexit, dicendosi anche disposta ad un’uscita senza un accordo. Un mantra che, adesso, potrà essere rispolverato da il suo successore, magari con posizioni più intransigenti nel caso in cui salga al potere un Brexiteer, o che potrebbe anche essere abbandonato, nel caso in cui prevalga l’ala moderata.