Società

I pazzi fanno paura. Ma i pazzi siamo noi

Cara Viola,

quando avevi cinque anni, in questo stesso blog, cercai di spiegarti cosa fosse la psicoterapia, ora che ne hai undici penso che tu sia pronta a capire il significato e le contraddizioni di quella che viene chiamata “follia” o “pazzia” e di quei luoghi assurdi che furono chiamati manicomi. Sento di doverlo fare perché nel passato quelli che erano considerati “pazzi”, invece di essere curati e aiutati come sarebbe stato giusto fare e come succede oggi, venivano sottoposti a immorali e iniqui maltrattamenti e torture, fino a essere uccisi o imprigionati.

E siccome i “pazzi”, molto spesso, non sono in grado di difendersi da soli, le persone come te e i tuoi amici – che considero meravigliosi – dovranno stare attente che le cose brutte non debbano ripetersi, come purtroppo è accaduto in un paese della Puglia, Manduria, dove una persona fragile è stata ripetutamente maltrattata da ragazzini poco più grandi di te, fino a morire. Infatti è possibile che per sentirci più sicuri cerchiamo di allearci con amici che ci sembrano più spavaldi, e questo è buono e positivo fino a quando il gruppo non si trasforma in una sorta di “branco” che, magari per scacciare la noia, se la prende vigliaccamente con qualcuno che non è in grado di difendersi.

Non è tanto facile capire perché le persone con disturbi mentali suscitino paura, vergogna e pregiudizi tanto da essere considerate – invece che bisognose di aiuto e di cure – cattive, pericolose e scandalose, e in passato anche diaboliche tanto da essere messe al rogo come streghe. Forse vediamo in loro un’eccessiva diversità o, al contrario, il riflesso amplificato delle nostre stesse paure e questo ci porta ad allontanarli con una stupida equivalenza: lontani loro, via le nostre paure.

Tutto ciò che cambia o che non comprendiamo ci preoccupa: per questo abbiamo bisogno di rimanere attaccati alle nostre abitudini, a quello che conosciamo. Il noto ci dà sicurezza, il diverso, l’estraneo, lo straniero ci mette preoccupazione, ci fa temere di perdere privilegi o solo di mettere in discussione le nostre certezze. Come quando stai giocando con la tua amica del cuore e si presenta un’altra bambina e magari tu hai paura che la tua amica possa scegliere lei. E’ la tendenza a dover controllare e possedere il mondo che ci circonda e tutti ne siamo un po’ vittima, ma dobbiamo stare attenti a non esagerare e provare a pensare che magari il nuovo amico, che chiede di giocare, potrebbe diventare un’altra persona importante per ognuno di noi.

Ma i grandi, a volte, sono più testardi e può succedere che si mettano in testa cose, anche sbagliate, a cui vogliono credere ciecamente e che si chiamano pregiudizi. I pregiudizi danno sicurezza, permettono di non mettersi in discussione e di non fare la fatica di pensare con la propria testa. Quando le persone si accorgono che i loro pregiudizi sono miseri e privi di senso, cercano di darsi una spiegazione razionale, usando meccanismi psicologici un po’ grossolani come la generalizzazione: se un bambino un giorno ha rubato la marmellata tutti i bambini vengono tenuti in castigo perché possono rubare la marmellata. A volte questi meccanismi hanno portato a fatti molto gravi, come è successo nel 1938 quando alcuni scienziati in malafede per giustificare i loro pregiudizi sugli ebrei, rom e le persone disabili, scrissero il “Manifesto della razza”, una sorta di libretto che autorizzava molte persone a pensare di essere supereroi e considerare gli altri inferiori e con disprezzo, tanto da decidere che dovessero essere sterminati.

Ma torniamo ai “pazzi”, per scoprire che abbiamo con loro molte cose in comune: ognuno di noi ha una parte “pazza”. La paura del buio, il senso di colpa per qualcosa che si è potuto fare o soltanto pensare, la preoccupazione di non essere abbastanza bravi o di deludere i propri genitori, la paura di sbagliare sono alcune fra le tante preoccupazioni o piccole manie comuni a molti di noi, bambini e adulti. Magari la nostra parte “pazza” ci rende più umani e sensibili. La maggior parte di questi problemi diminuisce e si attenua con il tempo, ma a volte la vergogna tende a farci mantenere segreti questi sentimenti che così tendono a incubare, a lievitare e a crescere, mentre se li condividiamo si possono placare ed estinguersi.

Ma esistono anche malattie mentali più gravi, che oggi mettono meno preoccupazione di qualche decennio fa, perché possono essere curate. Ad esempio si può passare da uno stato di grande felicità a uno di grave tristezza o ci si può sentire diversi, “strani”, avere l’impressione che qualcuno che non siamo noi parli nella nostra testa o che ci sia un complotto che ci minaccia. Oggi tutte queste persone possono essere aiutate con successo, mentre fino al 1968 le persone che si ammalavano più gravemente venivano ricoverate in manicomio, una sorta di ospedale che avrebbe avuto il compito di curare ma che invece si era trasformato in luogo molto brutto, sporco, maleodorante, dove le persone soffrivano e venivano spesso trattate male o semplicemente non ascoltate.

I manicomi divennero così sempre più affollati: pensa che il manicomio di Roma, il Santa Maria della Pietà, nato per ospitare mille persone, arrivò a ospitarne più di 2650. Ricordo che la prima volta che ci misi piede a vent’anni fui colpito da un odore acre e pungente e da questi poveri esseri che vagavano vestiti di camicioni e con le fasce penzoloni ai polsi, con le quali sarebbero stati poco dopo legati alle reti o ai termosifoni. Pensai a una bolgia infernale dantesca. E’ importante capire che il manicomio non rappresentava solo un luogo di una presunta cura, ma anche un luogo che permetteva alla società di “dimenticarsi” dei problemi mentali, un luogo di reclusione in cui chi era ricoverato veniva automaticamente iscritto al casellario giudiziario, dove vengono registrati i precedenti penali delle persone che commettono un reato, come se si trattasse di persone pericolose e di pubblico scandalo.

Oggi, grazie a una legge molto importante per la dignità umana che si chiama legge 180 o legge Basaglia – dal nome della persona, Franco Basaglia, che insieme ad altri amici ha lottato per farla approvare – e grazie anche alle ricerche scientifiche sulla mente e sul cervello, esistono molte buone cure: chi sta male può essere visitato negli ambulatori, chiamati centri di salute mentale, condividere le proprie paure con uno psicologo o uno psichiatra che ascoltano amichevolmente, avere prescrizioni farmacologiche adeguate, essere aiutato dagli assistenti sociali o da educatori a trovare la qualità e le condizioni di vita più decorose possibili, e in casi estremi può essere ricoverato, per breve tempo, in qualsiasi ospedale come tutti gli altri malati.