Cinema

Avengers: Endgame, è davvero la fine dei giochi – No spoiler

In questa fase storica è facile familiarizzare con l’analisi critica del rapporto tra il genere umano e l’ambiente che lo circonda. L’esaurimento delle risorse naturali, a dispetto dei progressi scientifici e tecnologici conseguiti, è forse lo spettro più inquietante tra quelli che minacciano il nostro orizzonte, nonché la base del ripiegamento che alcuni aspetti della nostra civiltà sembrano attraversare a livello sociale e umano: il timore di perdere quelle risorse vitali che le comunità nazionali, almeno quelle intente a sigillare i propri confini, sentono proprio per diritto di nascita.
Storicizzare questa contemporaneità è compito difficile e prematuro, così come vivere questa fase di disorientamento senza lasciare che la propria opinione si polarizzi: c’è spazio per tutti al mondo, e la sfida è solo quella di imparare a convivere e condividere o è giusto sposare la linea del distacco, è giusto che chi non ha accesso alle risorse soccomba, in modo che i sopravvissuti alla catastrofe possano godersi un ritrovato “equilibrio” planetario?

È questa la domanda che, sempre attraverso le metafore colorate, ipertrofiche e spettacolose del registro supereroistico, si poneva Avengers: Infinity War, uscito nel 2018, che vedeva gli eroi cinematografici Marvel opporsi al titano Thanos, villain maestoso e dotato di un piano freddo e razionale: dimezzare tutta la vita nell’universo in modo che finalmente il creato potesse ritrovare l’equilibrio perduto. Nel tragico finale Thanos vince, lasciando gli Avengers alle prese con l’elaborazione di una perdita di dimensioni, appunto, universali.

Avengers: Endgame, il seguito di Infinity War, si pone un’altra domanda: se il prezzo dell’equilibrio conseguito fosse fin troppo alto da pagare, quanto saresti disposto a sacrificare pur di rimettere a posto le cose?

È difficile parlare di questo film senza svelare dettagli della trama che ne rovinerebbero la visione agli spettatori, ma è lecito dire che i Marvel Studios sono riusciti a confezionare l’epilogo coerente di una saga nata più di dieci anni fa con il primo Iron Man e con alle spalle ormai una fitta ventina di titoli.

Gli eroi del gruppo originale degli Avengers giungono ognuno al compimento del proprio ciclo narrativo: Iron Man, il futurista, deve gestire la realizzazione del futuro da incubo che non è riuscito a prevenire; Capitan America, l’uomo fuori dal tempo, si ritrova a inseguire il tempo perduto per dare senso al suo presente; Thor, dio del tuono, affronta la propria natura fragile e umana; Hulk, il mostro della psiche, propone una versione di sé in cerca di un equilibrio tra le sue due nature; Occhio di Falco, uomo d’azione, si vede negare il riposo del guerriero mentre la Vedova Nera, dal passato oscuro e privo di affetti, si ritrova a essere il cuore pulsante di una famiglia in lutto. Ma è soprattutto Thanos, protagonista assoluto del precedente Infinity War, a svelare la propria vera natura. Dietro alla sua loquela solenne e drammatica, dietro alla sua etica apparentemente razionale e inattaccabile, in Endgame fa finalmente capolino l’ego smisurato e sordo di un essere violento che si definisce inevitabile, e che in realtà vuole trasformare l’universo in una sua immagine speculare: quella di un posto solo in apparenza calmo e pacificato, permeato invece da un’atmosfera di morte e desolazione in cui c’è spazio solo per ciò che gli somiglia.

In tutto il film l’emotività degli eroi e il raziocinio del loro antagonista si sfidano a distanza fino all’epico e indimenticabile finale. La differenza tra i due avversari sta però nella prospettiva a cui la loro ricerca li conduce: i primi non si lasciano travolgere dal cuore e anzi trovano in esso la porta per decostruire la realtà a livello subatomico (la scelta dell’aggettivo sarà giustificata dalla visione del film, promesso) e quindi provare a ribaltare il risultato del loro ultimo incontro. Thanos invece, a furia di basarsi sulla propria idea personale di male necessario e quindi bene superiore, non vede altro che il proprio io. Egli non ama l’universo ma stesso, gioca a fare Dio con un cosmo che sogna grato per le proprie azioni disumane. È inevitabile solo nella misura in cui dispone del potere necessario a decidere chi deve vivere e chi deve morire. Questa sua visione dell’universo e di sé stesso è la sfida principale che gli Avengers, nel proprio percorso personale e collettivo di recupero dell’empatia, devono provare a sconfiggere.