Televisione

Ciao Darwin, perché la sfida tv tra ‘Gay pride’ e ‘Family Day’ è stata un grosso errore

Non guardo molta televisione, ad eccezione dei tg e di qualche programma di approfondimento politico. Per tale ragione, non ho visto Ciao Darwin, la trasmissione di Paolo Bonolis che ha portato sul piccolo schermo la sfida tra “Gay pride” e Family day. Ho visto alcuni spezzoni, ho provato un certo imbarazzo e non poche perplessità per tutta quell’operazione mediatica. Cercherò di spiegarne le ragioni. Con una piccola, ma doverosa, premessa: non è un giudizio sulla qualità del prodotto o sulla bravura artistica di Vladimir Luxuria, che non metto in discussione. Le mie sono considerazioni più generali sul perché quel programma, così presentato al grande pubblico, è stato un grossolano errore.

Innanzitutto, Bonolis mette sullo stesso piano due istanze che tra loro non sono né equivalenti, né tanto meno equiparabili. Ovvero: rispetto dei diritti umani contro omofobia e pregiudizio. Il pride è una manifestazione che rivendica il proprio modo di essere, senza vergogna. Il messaggio che vuole trasmettere è semplice: se sei gay, lesbica, bisessuale, transgender, persona non binaria, ecc, non devi averne vergogna. E nessuno può puntarti il dito addosso, offenderti o esigere un comportamento discriminatorio contro di te.

La cifra culturale del Family day, invece, equivale a quel dito puntato addosso. Ricordate cosa rivendicavano certe realtà nelle piazze convocate contro il popolo arcobaleno? No alle unioni civili, lotta al fantomatico “gender” – nome in cui si fanno cadere, strumentalmente, i percorsi di educazione alle differenze e di lotta al bullismo nelle scuole – per non parlare della demonizzazione dei genitori omosessuali, narrati come rapitori seriali di bambini e sfruttatori del corpo delle donne. Noi persone Lgbt+ non manifestiamo per togliere diritti o per chiedere discriminazioni. Chi si riconosce nei valori del Family day, sì.

Bonolis ha messo sullo stesso piano istanze di libertà e di rispetto di tutti e tutte con le istanze d’odio a cui certe piazze ci hanno tristemente abituati. Non credo che sarebbe possibile – o almeno me lo auguro – un programma in cui si fanno “giocare” gruppi che chiedono restrizioni di libertà per le donne da una parte e femministe dall’altra, realtà antisemite ed ebrei, simpatizzanti del Ku Klux Klan e chi lotta per i diritti delle minoranze etniche. Eppure, l’altro giorno, su Canale 5 si è consumato questo abuso. Poco importa, poi, se si è detto favorevole all’omogenitorialità: se dai diritto di parola a chi nega le istanze Lgbt+, sei poco credibile. Se pensiamo, poi, che si è fatto tutto ciò ai fini dell’audience, e quindi per ragioni commerciali, la cosa diventa ancora più insostenibile.

Ma non è l’unico elemento di criticità. La spettacolarizzazione delle lotte politiche delle minoranze è una forma di riduzione delle stesse. Il pride, va ribadito, è una manifestazione politica di ampio respiro, che richiede mesi e mesi di preparazione e che non si riduce solo alla marcia finale, in cui troviamo tutti quegli “eccessi” – e ben vengano – che tanto scandalo provocano nei ben pensanti. Che siano questi di classica famiglia borghese o che siano persone ad alto tasso di omofobia interiorizzata. Un po’ come quel giornalista, non farò il nome, che l’altro giorno si lamentava dell’esuberanza dei nostri cortei, senza però ricordare a se stesso che proprio grazie a quegli “eccessi” si è portata avanti una battaglia che gli ha permesso di unirsi civilmente al suo compagno.

Bonolis, invece, ha portato in tv una contrapposizione tra “decoro” ed “esagerazione”, tra sani valori e ciò che (in apparenza) li nega, tra sobrietà e baracconaggine. L’eccesso, in tutto questo, si sovrappone a “gay”. Io mi chiedo, invece, se mandare in onda una “madre natura” seminuda – ricordate quella storia sulla mercificazione del corpo delle donne? – con orde di maschi presumibilmente eterosessuali (o sedicenti tali) che sbavano in prima serata e con tanto di binocolo alla mano, rientri tra i sani principi o meno. E ad ogni modo, al netto di ciò, non si trasforma un percorso politico in una barzelletta. Perché una cosa è l’ironia, il sorriso, l’ilarità. Un’altra il dileggio, la “mostrificazione” – ovvero il “mettere in mostra”, come si farebbe al luna park – e la passerella ad uso e consumo dello star system.

Infine, anche se ci sarebbe ancora molto da dire, sarebbe doveroso ricordare a Bonolis un’ultima cosa: non si chiama “gay pride” da più di un decennio. Si dice pride. Significa “orgoglio”, “fierezza”. Nasce da una ribellione contro violenze e soprusi. E riguarda non solo i gay, ma tutti i colori dell’arcobaleno. Almeno questo concetto non dovrebbe essere difficile da capire.