Cronaca

Sanità, ieri eravamo a Roma per dire no all’autonomia regionale. Ma la Grillo non si è presentata

Sabato 23 febbraio 2019, al teatro Argentina di Roma, si è tenuta l’assemblea congiunta di tutti i Consigli nazionali delle professioni sanitarie, organizzata su iniziativa della Fnomceo, che ha approvato un manifesto: Alleanza tra professionisti della salute per un nuovo Ssn – rivolto al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei ministri – con il quale sostanzialmente tutte le professioni della sanità hanno detto no al regionalismo differenziato.

Con questa assemblea è accaduta una cosa che va rimarcata: mentre i partiti sul regionalismo differenziato sono divisi, quindi alla ricerca di una mediazione, la sanità – su iniziativa della Fnomceo – si è auto-organizzata, costituendosi come soggetto politico interprofessionale unitario autonomo. Un fatto senza precedenti. Il significato politico è evidente: il regionalismo differenziato mette in pericolo la sopravvivenza del sistema universale, mette in crisi alcuni capisaldi della deontologia, alcuni valori morali, una certa idea di giustizia. Di conseguenza la sanità risponde, in extremis, organizzandosi come mai ha fatto nella sua storia.

L’assemblea non è stata la solita iniziativa intersindacale, ma è stata un’iniziativa diversa, organizzata dagli ordini professionali – quindi da soggetti che giuridicamente sono da considerarsi enti sussidiari dello Stato – il cui interesse non è sindacale ma deontologico. Infatti si tratta di “enti” garanti della deontologia: vale a dire garanti della moralità, delle prassi professionali, cioè coloro che attraverso i doveri delle professioni garantiscono i i diritti dei cittadini.

Che oggi siano questi garanti a dire no al regionalismo differenziato è particolarmente significativo, perché è come se costoro anteponessero sulla questione – prima delle ragioni politiche, economiche, fiscali, giuridiche, tecniche – quelle della morale, facendo notare una cosa che fino ad ora era sfuggita al dibattito: il regionalismo differenziato nella versione del Veneto, della Lombardia e dell’Emilia Romagna non è compatibile con i principi della morale e della deontologia. Esso di fatto mette a rischio alcuni postulati fondamentali di giustizia, quelli che sinora hanno garantito in questo Paese a ogni cittadino italiano o straniero uguaglianza di trattamento, universalità delle cure e centralità della persona.

Dall’assemblea dell’Argentina – che, va ricordato, ha rappresentato almeno un milione e mezzo di operatori – viene fuori che il regionalismo differenziato proprio perché sommamente “ingiusto” alla fine si rivela un progetto “immorale”. Ad alcune regioni accresce il grado di benessere e ad altre lo riduce. Non solo, ma esso antepone le ragioni dell’utilità a quelle della moralità. Cioè sacrifica sull’altare dell’egoismo il valore della giustizia.

La perdita di benefici delle persone – dice l’assemblea delle professioni al teatro Argentina, esattamente come direbbe John Rawls (A Theory of Justice) – non può essere in nessun modo giustificata dai maggiori benefici goduti da altre persone. Ciò sarebbe immorale. In medicina, sembrano dire le professioni, l’egualitarismo è morale e il regionalismo differenziato no. L’obiezione morale al regionalismo differenziato non può essere ignorata dalla politica, se non altro perché l’orientamento elettorale delle persone è, in genere fortemente condizionato dalla percezione sociale del rapporto giustizia/ingiustizia. Se il regionalismo differenziato fosse percepito dai cittadini o da una parte di essi come ingiusto, trattandosi della propria pelle, non meraviglierebbe se costoro votassero contro coloro che vogliono imporglielo. Cioè il rischio che si corre con il regionalismo differenziato è il voto di protesta.

Esso, per il governo, è una gatta da pelare molto delicata. Una politica che pensasse di poter controbilanciare i sacrifici imposti ai più deboli con una maggiore quantità di vantaggi goduti dai più forti sarebbe sicuramente percepita da molti di noi come una politica ingiusta. In ragione di questa estrema delicatezza politica ha sorpreso tutti l’atto di diserzione fatto dalla ministra Giulia Grillo, che nonostante fosse stata ufficialmente invitata non si è presentata all’assemblea a spiegare le ragioni del governo e le sue proprie di ministra, senza neanche pensare di farsi rappresentare da un sottosegretario o da un grande funzionario del ministero.

La ministra ha snobbato la sanità nel momento più critico della sanità, al punto da dare a tutti noi l’impressione di un comportamento politico opportunista, poco attento al settore, insensibile all’evento storico, indifferente alla necessità come ministra di avere un rapporto con le persone che lavorano, solo attenta a nascondersi – come si evince anche dalle sue interviste – nelle pieghe delle gonne di quel che dice il presidente del Consiglio, come se non avesse un proprio pensiero, preoccupata unicamente di stare schiscia, cioè di stare né dentro né fuori, per essere pronta a seconda delle circostanze politiche a piegarsi al vento, come le canne.

Aver snobbato la sanità è stato giudicato da tutti un errore e per certi versi l’espressione di una cattiva coscienza, come se la ministra avesse avuto paura di essere contestata per qualcosa. Ma tutti ci siamo chiesti “per cosa”, dal momento che la ministra alla fine, dopo molte incertezze e ambiguità, si è allineata alla linea politica del M5S. Io ero lì: posso dire che non solo la ministra sarebbe stata accolta con il massimo affetto, ma la sua presenza sarebbe stata interpretata come una forma di attenzione, di vicinanza, di rispetto, e per questo sarebbe stata accolta persino con entusiasmo.

Resta il fatto che la ministra Grillo sul regionalismo differenziato, nonostante gli appelli e le richieste di incontro che sono venute anche insistentemente da vari settori della sanità, sinora non ha voluto incontrare nessuno, negando il bisogno forte di costituire un tavolo di confronto e di discussione. Mi chiedo: che modo è questo di fare politica? Che modo è questo di fare la ministra? Che modo è questo di interpretare gli ideali del Movimento al quale questa ministra, certamente non scelta dalla sanità, appartiene?