Politica

Salvini gioca (come Berlusconi) la carta del perseguitato: “Sono il ministro più denunciato e insultato della storia”

Il titolare del Viminale, in uno dei comizi abruzzesi di domenica, è tornato sul caso della richiesta di autorizzazione a procedere e lo ha sommato alle critiche che riceve per il suo operato. "Possono denunciarmi, indagarmi...se vogliono arrestarmi, che mi arrestino". Uno schema, quello delle persecuzioni mediatiche, politiche e giudiziarie, che per due decenni è stato l'ossatura delle campagne elettorali dell'ex Cavaliere

“Sono stato la persona che ha subito più processi, non solo in Italia, ma nel mondo e in ogni epoca. Sono l’uomo politico più perseguitato di tutta la Storia, di tutte le epoche del mondo”. Una pausa per lasciare suspense al pubblico. E poi: “Non sono comunque impensierito”. Non siamo ancora a questi livelli, ma a sentire – e vedere – Matteo Salvini nella sua domenica di campagna elettorale in Abruzzo quello che torna in mente è lui: Silvio Berlusconi, il massimo titolare del complesso del perseguitato. Il più abile a cavalcare indagini giudiziarie nella prateria della campagna elettorale. Ora che l’ex Cavaliere è sul viale del tramonto, però, il ministro dell’Interno prova a replicarne schemi e copioni. Soprattutto da quando è finito indagato per il caso Diciotti.

“Penso di essere il ministro dell’Interno più denunciato, minacciato e insultato della storia“, ha detto il leader della Lega Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo. Poi ha aggiunto: “Possono denunciarmi, indagarmi…se vogliono arrestarmi, che mi arrestino”. Riferimento, ancora una volta alla singola e unica autorizzazione a procedere arrivata nei suoi confronti per il caso della Diciotti (se si vuole escludere l’autorizzazione del Guardasigilli per il reato di vilipendio contestato dalla procura di Torino). In settimana, infatti, Salvini dovrà depositare la sua memoria difensiva alla giunta per le Immunità del Senato, che deve esprimersi sulla richiesta dei giudici di Catania. Indagato per sequestro di persona aggravato, il leader della Lega rischia fino a 15 anni di carcere: per finire a giudizio, però, deve essere “bocciato” prima in Giunta a Palazzo Madama e poi dall’intera aula del Senato. E anche quando finirà a processo, una condanna è considerata molto difficile per giuristi e addetti ai lavori.

Per il momento, intanto, Salvini ne ha approfittato per giocarsi la carta del perseguitato politico davanti alla folla. “Se vogliono arrestarmi che mi arrestino. Venite a trovarmi e portatemi un po’ di porchetta”, ha detto scherzando il leader della Lega. Ma nessuno vuole arrestare Salvini, almeno per il momento. Invece che esporre metaforicamente i polsi a inesistenti agenti di polizia, il titolare del Viminale avrebbe potuto accettare che il Senato accogliesse subito l’autorizzazione a procedere avanzata nei suoi confronti. Al contrario Salvini è stato autore di una clamorosa marcia indietro: prima non vedeva l’ora di sedere davanti ai giudici per rivendicare la sua condotta con i 177 migranti a bordo della Diciotti. Poi ha scritto al Corriere della Sera per chiedere a Palazzo Madama di votare contro l’autorizzazione a procedere del tribunale dei ministri di Catania. Quindi ha accolto con favore le dichiarazioni del premier Giuseppe Conte, che ha rivendicato come un’azione corale di tutto il governo quella sul caso Diciotti.

Quando scende in piazza, però, Salvini cambia e torna ad atteggiarsi a perseguitato. Annuncia di non aver nessun timore per eventuali – e inesistenti – arresti, mobilita i suoi tra i gazebo di tutta Italia per raccogliere firme in suo sostegno, attacca la magistratura. “Nel giorno in cui mi è arrivata l’inchiesta – dice – ho ricevuto tantissime testimonianze di giudici, magistrati e avvocati che fanno il loro mestiere, amministrando la giustizia senza fare politica. Io li ringrazio perché nei tribunali non dovrebbe entrare la politica. I magistrati non dovrebbero fare comizi e tantomeno candidarsi“. Quasi una citazione di chi le offese alle toghe le ha praticamente inventate: Berlusconi. “I giudici mentalmente disturbati e diversi antropologicamente dal resto della razza umana“, è probabilmente la definizione dell’ex premier che più di tutte le altre rimarrà scolpita negli anni a venire. Le parole di Salvini, però, somigliano soprattutto ai toni usati da Berlusconi dopo la bocciatura del Lodo Alfano da parte della Corte costituzionale: “Una leale dialettica tra le istituzioni è possibile, ma in Italia nessuno è super partes. lo dimostrano i giudici di sinistra della Consulta e il presidente della Repubblica, protagonista della storia della sinistra“. Un’accusa – quella dei “giudici comunisti” – mutuata dieci anni dopo anche dai leghisti: “I giudici sono tutti di sinistra”, dicono i fan del ministro dell’Interno. 

Se Salvini però si considera genericamente il “ministro dell’Interno più denunciato della storia“, Berlusconi era più preciso. Nel 2009 sosteneva: “Da quando sono sceso in campo contro di me ci sono stati 109 processi, più di 2500 udienze, 530 perquisizioni e acquisizioni di documenti da parte dell’autorità giudiziaria e ho dovuto spendere più di 200 milioni di euro per pagare consulenze e avvocati”. Ma come era possibile collezionare tutti questi guai giudiziari? “Ho tutte queste cause perché sono presidente del Consiglio e rappresento un argine alla sinistra in Italia“, spiegava il leader di Forza Italia, dando l’impressione di non crederci neanche lui. Quattro anni dopo, ai tempi della condanna della frode fiscale, era tornato ad elencare i numeri delle sue pendenze, che – inspiegabilmente – nel frattempo erano diminuite: “Ho avuto 57 procedimenti e quando sento qualcuno del Pd che dice che Berlusconi non è un perseguitato mi vergogno per lui. Mi hanno portato via tempo, serenità e patrimonio”. “È diventato il Grande Perseguitato e invece è un condannato in via definitiva per truffa fiscale, in sostanza un delinquente acclarato che non può in alcun modo sedere in Parlamento”, aveva sintetizzato all’epoca Beppe Grillo.

Ma la berlusconizzazione di Salvini non passa solo dalla sindrome della perseguitato: trova sovrapposizioni anche nei siparietti con i bambini a favor di telecamera. Il ministro dell’Interno, infatti, è riuscito a tirare in ballo il caso Diciotti anche quando ha invitato sul palco del suo comizio un bambino di undici anni. “Ministro sei un grande”, ha detto il ragazzino. “Vedete, è venuto lui da me. Non lo sto sequestrando”, ha risposto il ministro dell’Interno, riferendosi ai minori sequestrati sulla Diciotti. Un siparietto replicato più volte da Berlusconi. L’ultima volta a Rapallo, in Liguria, quando un altro undicenne lo aveva bloccato per una foto: “Presidente, ci venga a trovare vendiamo articoli da regalo e tante cose belle”, ha detto invitando l’ex premier nel negozio della madre. “Ti nomino mio consulente“, la risposta di Berlusconi. Che poi, chiamato a fare la foto ricordo col piccolo, non aveva trovato di meglio che fargli le corna. I giornali il giorno dopo aveva titolato proprio così: “Berlusconi torna a fare le corna. A un bambino”.