Diritti

Abolire i campi rom significa alimentare il lavoro coatto. Più o meno come i centri per l’impiego

Da almeno 40 anni i “campi nomadi” italiani altro non sono che i laboratori di quella sperimentazione sociale che, al di là del suo presunto successo, viene poi replicata con disinvoltura in contesti analoghi, riproducendola con modalità spesso simili. Non è un caso che quando si parla di diritti dei rom gli attivisti, forti dell’esperienza che non viene solo dalle rime di Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, mettono in guardia come la loro violazione sia il segnale di qualcosa che, prima o dopo, investirà altre fasce di popolazione.

Forse nessuno l’ha notato ma il governo Conte pensa di abolire la povertà in Italia con la stessa modalità con la quale la giunta Raggi pensa di abolire i campi rom: offrire lavoro coatto utilizzando un esercito di precari e puntando su straordinari “mentoring” o “navigator. Entrambi scelgono la via della semplificazione, facendo diventare verità l’assunto di considerare la disoccupazione l’unica causa della povertà, della marginalità e dell’esclusione sociale.

La giunta Raggi usa il “piano rom”, quel “capolavoro – definito dallo stesso Grillo – da applausi”; il premier Conte il reddito di cittadinanza. Con tante analogie e con un fiume di soldi pubblici. La prima, l’abbiamo visto, è l’assunto che un povero è tale perché non ha lavoro. Ma nei tanti campi rom della capitale il problema del lavoro non è centrale: sono molti a poter contare su un’attività formale o informale. Condizione simile in Italia dove, come dimostra il rapporto Caritas 2018, più di quattro poveri su dieci non ha problemi occupazionali e solo l’8% ha un unico problema, quello legato al lavoro. Dunque non è limitandosi a trovare lavoro che si svuotano i “campi rom” e si combatte la povertà.

La seconda analogia è la fotografia del giovane precario plurilaureato che, dietro la scrivania, è chiamato, prima della scadenza del suo contratto, a trovare un lavoro a chi siede di fronte. Sapendo che, dopo qualche anno, la vicenda potrebbe giocarsi a ruoli invertiti. Le azioni del “piano rom” – declinate dal febbraio scorso nel “villaggio” La Barbuta e da ottobre in quello della Monachina – si realizzano grazie a una ventina di precari assunti dalla Croce Rossa di Roma Capitale fino al 2021, termine che scandisce la fine del progetto con l’auspicabile superamento dell’insediamento. Anche su scala nazionale la povertà si combatte a colpi di precariato, visto che a ricollocare i disoccupati e beneficiari della misura targata 5stelle saranno i precari dell’Anpal Servizi, la società ministeriale che ha solo il 50% del suo personale stabilizzato.

Ci sono poi i “mental coach”, i “mentoring”, i “personal development programs” e i “talent management” del “piano rom”, che altro non corrispondono che al “navigator” annunciato dal vicepremier Luigi Di Maio. Secondo il “piano rom” della capitale, i mentoring e i mental coach presenti tra i container dell’insediamento di via di Ciampino o della Monachina dovranno occuparsi “di fornire il supporto adeguato in termini di strumenti e competenze per le prime fasi di avvio delle iniziative imprenditoriali, aiutando gli ideatori a fare le scelte giuste in ordine ai processi lavorativi e strategici”, mentre compito dei “personal development programs” e dei “talent management” sarà quello di promuovere tra i rom le doti comunicative e relazionali. Il “navigator” dimaiano dovrà anche lui “essere in grado di seguire chi ha perso il lavoro, formarlo e reinserirlo nel mondo del lavoro”.

Le affinità continuano. Sia nelle due baraccopoli – dove i rom dovranno sottoscrivere il patto di responsabilità solidale – sia in qualsiasi centro per l’impiego, ogni proposta punterà al “prendere o lasciare” con poche possibilità di ripensamento, alimentando così il lavoro coatto, massima garanzia di insuccesso nel lungo periodo. Si finirà inoltre per lasciare per strada quanti non sono nella condizione di lavorare: i malati, gli anziani, lavoratori con bassi livello di reddito che preferiranno il “poco sicuro”, donne sole impegnate nell’accudimento dei figli. Nell’insediamento La Barbuta e in quello della Moanchina, in un film già rivisto a Camping River, un fallimento potrebbe aprire la strada a uno sgombero forzato. Sarà così anche per il reddito di cittadinanza?

Presto per dirlo, anche se gli studi sociali insegnano una cosa: la povertà, l’emarginazione, l’esclusione sociale sono problematiche multidimensionali che riguardano la casa, le relazioni sociali, il livello di scolarizzazione, il territorio nel quale si vive, il reddito. Volerli sconfiggere utilizzando solo lo strumento del lavoro significa ignorare il fenomeno e soprattutto pensare che la povertà sia la condanna del nullafacente, del pigro, del parassita, a cui concedere l’ultimo appello prima di condannarlo alla definitiva espulsione dal corpo sociale.

Il rom delle baraccopoli romane e la famiglia italiana in povertà rappresentano alla fine la stessa cosa: gli ultimi anelli di una catena sociale che si sta spezzando, e che solo la consapevolezza di un destino comune, unita alla volontà di creare alleanza in una comune battaglia per i diritti che dovrà riguardare tutti, potrà ancora tenere unita.