Cultura

Poetry slam, è nata una nuova e ottima generazione di poet*

C’è un fantasma che si aggira per l’Italia (poetico-letteraria). E questo fantasma ha le sembianze (magari ancora un po’ volatili, ma ormai evidenti) di una nuova generazione di poeti nati, più o meno, tra gli anni Ottanta e quelli Zero, che è cresciuta nell’ambito del Poetry slam, la malnata gara di poesia in cui a decidere il vincitore è l’altrettanto malnato pubblico, e che oggi pone con serietà e forza la propria opzione stilistica e mediale all’attenzione di tutti.

Lo dico con il gusto dolce e vendicativo di chi è ormai avvezzo a periodici attacchi e sfoghi di rabbia contro il maldestro Poetry slam, colpevole di tutto e di ognuna, luogo di perdizione d’ogni stile e decenza, ecc. E il tutto detto con la convinzione che lo Slam sia una poetica e non un medium. E da qualsiasi sponda ormai, anche da quella di chi all’oralità ha, da tempo, affidato una parte sostanziale della sua scommessa formale.

E lo dico non perché tra le generazioni precedenti non ci siano state individualità spiccate che attraverso il Poetry slam sono transitate spesso e volentieri e della cui qualità squisitamente ‘letteraria’ pochi oggi potrebbero dubitare: Luigi Nacci, Luigi Socci, Sara Ventroni, Marco Simonelli, Adriano Padua, Chiara Daino, Sergio Garau e Sparaiurj Lab., Francesca Genti, Silvia Salvagnini, Dome Bulfaro, Marthia Carrozzo, Paolo Agrati, Davide Passoni, Valerio Cuccaroni, Tiziana Cera Rosco, Paolo Gentiluomo, Stefano Raspini, Christian Sinicco, Alessandra Racca. E sto certamente dimenticando qualcuno. Forse più di qualcuno…

Ma questa non è una novità. La novità vera è che anche i più giovani, quelli che hanno appena occupato la scena dello Slam e che la stanno ulteriormente e felicemente rivoluzionando, stanno dimostrando talento da vendere e se dallo Slam passano e attraverso lo Slam crescono, poi si nutrono e si disseminano dovunque e le loro poetiche sono varie, fortemente cross-mediali, a volte contraddittorie o antagoniste tra loro, ma si assumo rischi, hanno il coraggio di esplorare territori selvaggi o dimenticati, si prendono tutta la responsabilità dell’essere poeti oggi.

Lo dico, insomma, perché credo che questi giovani lo meritino e perché, a mio modesto avviso, si è ormai di fronte a un insieme di personalità fortemente connotato, capace di esprimersi con estrema originalità, scegliendo i propri maestri e i propri bersagli con acume e libertà e in grado di costruire un orizzonte formale (e multimediale) che promette di potersi sempre più migliorare.

Sbaglierebbe di grosso chi li considerasse, sia detto col massimo rispetto, dei rapper appena più letterati. Sono poeti a tutto tondo e fanno ottima poesia.

Penso prima di tutto a Gabriele Stera, che dallo Slam è arrivato presto ben oltre e che sperimenta flussi verbali travolgenti, fluidi e scabri insieme, e sonorità irte e coltissime (e che nel 2019 pubblicherà il suo primo libro/CD, Dorso Mondo, che lascerà molti stupefatti per qualità e maturità) e, per restare ad Est, a Julian Zhara il cui recente Vera deve morire (Interlinea, 2018) gli rende infine tutta la giustizia anche cartacea che merita per la irrespingibile perizia metrica e per una fosca intensità che lascia il segno, e a Alessandro Burbank e alle sue poesie strabordanti e fulminee, dense come la sua vocalità, che si sono appena sedimentate in Salutarsi dagli aerei (InternoPoesia ed.).

Penso alla perizia già quasi virtuosa con cui Matteo Di Genova mette insieme prosodia e ritmicità musicale con testi di un’ironia dissacrante e amara, o a Nicolas Cunial, sempre più capace di interpretare la sua rabbia generazionale modulandola con accuratezza in esecuzioni in cui una testualità ormai matura si accoppia a un’uguale perizia musicale, o ai bolognesi del gruppo Zoopalco (Eugenia Galli, Toi Giordani, Riccardo Iachini, Tommaso Galvani) la cui testualità, specie quella di Galli, con le sue litanie dolenti e ritmicamente smaliziatissime, ha la stessa qualità formale delle loro performance poetico-musicali e agli spezzini Mitilanti (Andrea Bonomi, Andrea Fabiani, Filippo Lubrano, Alfonso Pierro, Francesco Terzago) capaci di produrre con estrema efficacia su versanti apparentemente lontani, dall’io diminuito di Terzago, all’espressionismo di Lubrano. La maestria performativa di Simone Savogin è una realtà di cui si è accorta tutta Europa e ora ha trovato spazio nell’ottimo Come farfalla (MilleGru ed.), ma dovrei dire anche dello scanzonato, performativo surrealismo di Marko Miladinovic (chi ha dubbi sulla testualità legga L’umanità gentile, Miraggi ed.), della gestualità danzante di Francesca Gironi, dell’intensità di Gaia Ginevra Giorgi, dell’impegno tanto formale (e multimediale) quanto civile di Dimitri Ruggeri.

E penso ovviamente ad Alberto Dubito e al suo Santa Bronx, (Squi[libri] ed.) – precoce ad arrivare, precocissimo ad andare via, ma capace come nessun altro di indicare una strada nuova ai giovani che attraverso le sue parole e la sua musica hanno scoperto lo Slam e, attraverso lo Slam, la poesia.

Sono tutti autori la cui riflessione sulla lingua e la cui perizia formale non hanno proprio nulla da invidiare a quella di tanti loro coetanei che mai parteciperebbero a uno Slam. E sono, oltretutto, capaci di auto-organizzarsi, di costruire spazi comuni, di fare rete, di stimolare riflessione teorica (dall’evento dei Mitilanti nel 2017 a Spezia, a Slam[Contemp]oetry di Ruggeri).

E anche in questo caso sto probabilmente dimenticando qualcuno, o persino non ne so nulla, perché il Poetry slam è un fenomeno tanto diffuso e articolato che tenerne il polso è quasi impossibile. Con buona pace dei neo-epigoni di Berardinelli (quello che dall’ ‘87 sostiene che ‘poesia l’è morta’, mentre è solo lui che s’invegliarda e tramonta). Piuttosto che sparare a zero su qualcosa che non esiste (la ‘poetica slam’, altrettanto lemure quanto la teoria ‘gender’) meglio sarebbe ascoltarli, leggerli, analizzarli, questi giovani che sono parte sostanziale del nostro futuro, anche se fanno Poetry slam.

Parliamo, vi prego, di poetiche e di poeti, non di format. Si pubblicano libri, s’incidono dischi, si organizzano Poetry slam: questo che c’entra con la qualità di ciò che si scrive e si compone?