Cultura

Cinquantacinque storie d’Italia: tra colonialismo, De André e musica reggae

Prima che qualcuno possa pensare a un raffazzonato tentativo di riproporre in chiave nostrana la Pubblicità per me stesso maileriana, preciso subito che l’intenso, articolato e ben scritto Cinquantacinque storie d’Italia, di Lorenzo Mazzoni (Independently Published) non è mio. La condizione di omonimia la viviamo, Lorenzo Mazzoni e io, da quando entrambi abbiamo iniziato a pubblicare. Io sono quello dello “Sbirro anarchico”, I muggiti di Sarajevo e le chitarre che fanno l’amore, lui lo studioso-investigatore dell’Etiopia, della sua cultura e del movimento Rastafari, autore di Kebra Nagast, la Bibbia segreta del Rastafari (Coniglio Editore), Haile Selassie I: Discorsi scelti, 1930-1973 (Stampa Alternativa) e Rasta Marley, le radici del Reggae (Stampa Alternativa).

Cinquantacinque storie d’Italia, primo volume della quadrilogia Storie Presenti Memorie, è un viaggio di arrivi, partenze, prospettive, sogni a occhi aperti e sogni interrotti. Sono racconti, a volte brevi tratteggi, a volte percorsi articolati, che narrano storie di quotidianità, di grandi eventi epocali, del passato e del presente del nostro Paese e non solo. Ustica, il colonialismo, concerti reggae all’alba degli anni Ottanta, tra bombe nelle stazioni e olimpiadi con boicottaggio, la Guerra d’Etiopia, emigrazioni verso l’Europa e migrazioni verso vagheggiati tropici, disquisizioni sulla pizza, eroi e disertori. Tasselli di un grande mosaico pieno di enigmi, un tributo a scrittori, musicisti, artisti, da Emilio Salgàri a Fabrizio De André, passando per Bob Marley.

Un libro documentato e scritto in modo appassionante, dove tutto si miscela in un unico stile ritmato e pulito. Un’amalgama che spesso porta le voci narranti dei racconti a riflettere sulla precarietà del nostro essere. Sulle scelte che prendiamo ogni giorno, e che a volte possono cambiare la storia, e non solo la nostra: “Si fanno promesse da marinaio, che durano fino al tramonto. Si chiede per favore, delicatamente. Eppure niente, ancora silenzio, nient’altro. Perché nel bosco, oltre alla natura, non c’è nulla, non succede nulla. Come un campo strappato dal vento. A forza di essere vento. Allora è meglio lasciare ogni speranza, vivere una vita serena, senza troppi pensieri, come un tasso, un ginepro, una roccia. Meglio essere un leggiadro ruscello. Meglio essere aria, senza tempo, senza fede, senza niente. Semplice. Meglio essere lupo, che uomo”.