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Contro spread e speculazione, il governo deve emettere titoli fiscali accettati dalla Bce

Il governo potrebbe battere la speculazione sui titoli di Stato e ridurre lo spread con una mossa relativamente semplice: quella di emettere Titoli di Sconto Fiscale accettati dalla Bce e in grado di fare ripartire la domanda interna, e quindi l’economia, senza aumentare il deficit pubblico. Questi titoli sarebbero valutati positivamente dalla agenzie di Rating, ed essendo investment grade, cioè affidabili e con basso rischio per gli investitori, sarebbero accettati automaticamente dalla Banca Centrale Europea come collaterali – ovvero come garanzia – per fare prestiti al sistema bancario. Quindi le banche correrebbero ad acquistarli. E il rapporto debito/Pil scenderebbe immediatamente. L’economia italiana e le banche sarebbero salve e finalmente si uscirebbe dal tunnel della crisi. Per questi motivi il governo Conte e i leader di governo Tria-Di Maio-Salvini dovrebbero prendere seriamente in considerazione la possibilità di emettere titoli fiscali investment grade.

Questa la proposta: i Titoli di Sconto Fiscale da emettere garantiscono ai possessori (famiglie, imprese, enti pubblici) sconti fiscali a scadenza differita: i Tsf potrebbero essere utilizzati solo al quarto anno, dopo tre anni dall’emissione. Il governo dovrebbe emetterli per almeno 2-3 punti percentuali di Pil – 30-40 miliardi – nell’arco di tre anni, e distribuirli gratuitamente agli enti pubblici (per es.per il  40% del totale), alle famiglie (30%); e alle imprese (30%) per rilanciare la domanda aggregata (investimenti pubblici e privati, consumi). I Titoli di Sconto Fiscale sono titoli di Stato, proprio come i Bot e i Btp e non sono moneta. Possono però – come i Bot e i Btp – essere subito convertiti in euro sul mercato finanziario per ottenere liquidità. In questo senso diventano immediatamente moneta/euro, soldi veri per i possessori. Il tasso di sconto nel mercato finanziario sarà basso perché i Tsf sono titoli a breve-medio scadenza completamente garantiti dallo stato: infatti anche se lo Stato dovesse fallire i Tsf varrebbero comunque per pagare le tasse. Quindi i Tsf sono più sicuri dei Bot e dei Btp e il loro tasso di sconto sarà inferiore a quello dei BTP: in pratica 100 euro di Tsf equivarrebbero a quasi 100 euro di cash.

Una volta che i possessori convertiranno in euro i Tsf ricevuti dallo Stato, nell’economia reale circoleranno solo gli euro, e non i Tsf o i mini-bot o i CCF o altre strane monete parallele.

Il fatto importante è che fin dal primo anno l’emissione di Tsf genererà surplus e non debito, e che fin dal primo anno diminuirà il rapporto debito/Pil. Infatti all’emissione i Tsf ovviamente NON produrranno esborsi di cassa e deficit. Sul piano contabile non potranno neppure essere registrati come debito pubblico dall’Eurostat. Infatti i Tsf non sono rimborsabili in euro dallo Stato, ma garantiscono solo – come si è detto – riduzioni fiscali: e gli sconti, come sanno tutti i ragionieri, non possono essere contabilizzati come debito.

Inoltre i Tsf non produrranno deficit – ma al contrario genereranno surplus di bilancio – anche quando, dal quarto anno in poi, verranno utilizzati come sconti fiscali. In realtà i Tsf si ripagano grazie all’aumento del Pil che generano durante il loro corso di tre anni. L’aumento del Pil deriva dal moltiplicatore fiscale, e soprattutto dall’inflazione dovuta alla forte crescita della domanda. Moltiplicatore fiscale e inflazione produrranno fin dal primo anno una forte crescita del Pil reale e nominale. Stime assolutamente affidabili indicano infatti che basta anche un aumento minore di un punto percentuale di inflazione all’anno perché i Tsf si ripaghino da soli alla scadenza grazie alla forte crescita del Pil e dei conseguenti ricavi fiscali.

Se i Tsf produrranno non debito ma surplus, allora le agenzie di rating daranno ovviamente una valutazione positiva (investment grade) ai Tsf. Ma se le agenzie daranno un buon rating ai Tsf, allora la Bce secondo le sue stesse regole accetterà automaticamente i Tsf come collaterale, ovvero come garanzia per i prestiti alle banche. E se la Bce accetterà – come è prevedibile – i Tsf, essi diventeranno ufficialmente una quasi-moneta (come in gergo si definiscono i titoli molto liquidi, ovvero facilmente convertibili in moneta legale).

Inoltre, se la Bce accetterà i Tsf come collaterale, le banche correranno ad accettarli e ad acquistarli, come fanno con qualsiasi altro titolo di stato per ottenere prestiti dalla Bce stessa. L’accettazione del sistema bancario è evidentemente essenziale per il successo dell’iniziativa. Invece una moneta parallela sarebbe bocciata dalla Bce e dalle banche, e quindi diventerebbe impraticabile.

Grazie alla promozione dei Tsf da parte della Bce, alla crescita immediata del Pil con surplus di bilancio, e alla riduzione subitanea, e poi costante, del rapporto debito pubblico/Pil, anche i mercati finanziari prevedibilmente premieranno la manovra Tsf perché saranno sicuri che l’Italia ha tutte le risorse per pagare i suoi debiti dentro il quadro dell’euro, senza ritorno alla lira. La speculazione verrà fermata. Non si verificherà quindi nessun aumento dello spread con i Tsf. Nessuno vorrà andare contro la Bce. Non ci sarà allora più nessuna possibilità di polemica sulla cosiddetta moneta parallela o sulla “moneta fiscale”. Inoltre se a seguire gli altri Paesi periferici dell’Eurozona adottassero i Tsf, allora tutto il Pil dell’area euro crescerebbe fortemente, e l’euro diventerebbe una moneta più forte come valuta di riserva internazionale versus dollaro e yen, ecc. con grande soddisfazione della Bce (e di tutti noi).