Politica

Decreto dignità, prima di poter fare la rivoluzione ci sono due nodi da sciogliere

Il decreto dignità recentemente pubblicato è intervenuto anche nel divieto di pubblicità dei giochi legali online. Secondo alcuni questo avrebbe determinato una riduzione dei giochi legali sul web e una emersione di quelli illegali. In realtà le cose non sembrano stare in questi termini.

Il gioco d’azzardo illegale ( o, comunque senza concessione) è oggetto da quasi 20 anni di un sistema di rigido controllo e inibizione sul web operato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli. Ogni 15 giorni circa l’elenco dei siti illegali viene aggiornato e comunicato dai monopoli agli internet service provider italiani che devono impedire l’accesso dei cittadini italiani. Al 4 luglio sono 7724 i siti inibiti. L’Italia anzi è il Paese al mondo che opera più inibizioni sui siti illegali, in qualsiasi campo.

L’insieme di queste due misure, ovvero il blocco della pubblicità per i siti legali anche su internet, che riguarda prima di tutto Google e l’inibizione di quelli illegali (che riguarda i provider) sembra in grado di realizzare una tutela della ludopatia per i cittadini italiani unica al mondo. Google, dal canto suo, si è precipitata ad adeguarsi e forse si comprende anche il perché. Se il principio del blocco della pubblicità introdotto dal decreto dignità e relativa vigilanza sui contratti dovesse estendersi al di là del mondo del gioco online (per esempio ai siti che forniscono accesso a partite o a film e musica) Google si troverebbe un’autorità italiana a vigilare sui propri contratti pubblicitari, ovvero sulla propria cassaforte worldwide.

Nella fattispecie si tratta dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che è individuata nel decreto dignità come autorità di controllo e vigilanza. Non è tanto il problema delle sanzioni che sono determinate nella misura del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità – e in ogni caso non inferiore, per ogni violazione, a euro 50mila -, quanto al controllo a cui dovrebbe sottostare il gigante di Mountain View.

Ora va ricordato che il Google è in causa proprio con l’Agcom in merito alle informazioni contabili ed extracontabili relative alla pubblicità sul web. Il Tar del Lazio ha stabilito a febbraio di quest’anno che anche le concessionarie di pubblicità attive sul web e le società che hanno sede all’estero sono obbligate a presentare all’Agcom la cosiddetta Informativa economica di sistema (Ies), ovvero la dichiarazione che obbliga gli operatori dei media a comunicare tra l’altro i dati economici contabili ed extracontabili sull’attività svolta.

Se passasse il decreto dignità e l’Agcom dovesse richiedere il controllo sui contratti pubblicitari nel settore dei giochi e magari anche oltre, Google si troverebbe per legge a dover dare all’autorità italiana le informazioni sui contratti che nega di dover dare davanti al Tribunale amministrativo del Lazio. Fin qui sembra dunque che il decreto dignità operi una vera e propria rivoluzione nel settore del controllo di attività legali ( con determinate caratteristiche) e illegali sul web.

Alcuni elementi di sistema però devono essere tenuti in considerazione. In primo luogo la competenza a vigilare sul gioco d’azzardo legale e illegale online che la legge, oramai quasi ventennale, attribuisce all’Agenzia delle dogane e monopoli. Il decreto dignità attribuisce invece nel settore del gioco legale tale potere all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Questa antinomia, a prescindere dai difetti di coordinamento nella vigilanza, se non risolta nel cammino parlamentare potrebbe dare adito in sede di impugnazione a una possibile nullità del decreto.

Le società di gioco impugnano su qualsiasi presupposto ogni atto delle amministrazioni locali e nazionali sul gioco e si lanceranno senza alcun dubbio, appena verrà convertito, anche sul decreto dignità. È per questo, ad esempio, che le amministrazioni locali prima di emettere qualsiasi atto in tema di giochi (online e offline) fanno una rigida prova di resistenza dei provvedimenti alle possibili impugnazioni.

Un altro elemento è rappresentato dal fatto che gli Stati membri della Ue devono informare la Commissione di qualsiasi progetto di regolamentazione tecnica prima della sua adozione. A partire dalla data di notifica del progetto, un periodo di status quo di tre mesi – durante il quale lo Stato membro notificante non può adottare la regolamentazione tecnica in questione – consente alla Commissione e agli altri Stati membri di esaminare il testo notificato e rispondere adeguatamente.

Non sembra che questo sia (ancora) stato fatto, anche se esiste in verità una scappatoia legale molto stretta che si spera sia stata presa in considerazione. Le conseguenza della mancata notifica sono gravi anche in questo caso e comporterebbe la disapplicazione da parte dei giudici nazionali del decreto dignità.