Politica

Basilicata, chi è il presidente Pittella. Poltrone, processi ed eccessi della family di notabili di partito mai rottamati

La politica in casa Pittella è un diritto acquisito, una casata, potere che si tramanda. Dal padre "Mimmì", al fratello Gianni, europarlamentare da ben 18 anni e rieletto col Pd al Senato. Anche le grane giudiziarie sono una tappa fissa dell'ascesa dei Pittella's che stanno ai De Luca come il riflesso sta allo specchio. Ecco un compendio dell'irresistibile ascesa

Per motivi diversi due saghe politico-familiari virano sugli stessi colori, il rosso delle poltrone di velluto, il grigio di un’aula di giustizia. I De Luca in Campania stanno ai Pittella in Basilicata come il riflesso allo specchio: notabilato locale che a tutto resiste tramandando il potere per diritto dinastico, di padre in figlio, dal figlio al nipote. Grane giudiziarie comprese. L’arresto di oggi del presidente della Regione Marcello, sempre Pd, nell’ambito di una inchiesta sul sistema sanitario rafforza la simmetria. I Pittella o Pittellas, quasi un marchio, “fanno” la politica e su molti tavoli. Marcello, classe 1962, è figlio dell’ex senatore Domenico Pittella (per gli amici Don Mimmì, una saga da leggere a parte) deceduto ad aprile all’età di 86 anni. E’ poi fratello di Gianni Pittella, già onorevole con quattro mandati da eurodeputato alle spalle. Siccome 18 anni di carica consecutivi non bastano viene ripescato anche nel 2018 grazie al proporzionale in Campania: viene eletto senatore. Gianni è poi il padre (e Marcello lo zio) di Domenico junior, rampollo della Dinasty che nella fase di formazione delle liste era accreditato come possibile candidato consigliere in regione, voce smentita dopo evitabili polemiche.

I Pittella sono coriacei e Marcello non fa eccezione. Viene coinvolto nell’inchiesta per peculato sui rimborsi regionali, per cui sarà condannato dalla Corte dei Conti nel 2016 a risarcire poco più di 20mila euro, ma in piena bufera giudiziaria resiste alle pressioni di chi gli chiede un passo indietro e diventa vicepresidente della regione e poi si impone come presidente nelle elezioni di novembre 2013. Non è l’unica grana giudiziaria per lui. Il suo mandato in scadenza aveva ha aperto da tempo l’ipotesi di una staffetta per cui in Regione arrivava suo fratello (di ritorno da Bruxelles, in scadenza di mandato nel 2019) e lui andava a prenderne il posto in Europa. Inversione delle pedine, il cognome non cambia. Rumors che Pittella bollerà poi come “una goliardata”. Infinite poi le discussioni sulla vicinanza e fedeltà alle correnti, in ultimo al grumo di potere renziano. Chi segue da vicino le vicende lucane giura però che i Pittellas stanno prima di tutto dalla parte loro.

La chiave di talune continuità dinastiche l’ha fornita il politologo Mauro Calise in Fuorigioco (Laterza), citato dal Foglio in un affresco famigliare assai completo, efficace ed attuale. “La chiave dell’autodafé  —  o autodistruzione  —  del Pd sta nel fatto che, nel tentativo di sfuggire all’ascesa del macroleader, si è infilato nel cul de sac del micronotabilato”. Nel corso degli anni “mentre la scena ufficiale era occupata dallo scontro tra Direzione collegiale e leadership personalizzata, nelle retrovie andava avanti un processo di frammentazione interna che non ha precedenti nella storia democristiana e, tantomeno, comunista. Renzi voleva essere un disintermediatore anche al Sud, ma invece si ritrova con un partito in mano ai capibastone. De Luca in Campania, i Pittella in Basilicata”. Al centro della Basilicata, della scena e della storia. Posizione ovvia e naturale in casa dei notabili lauriani, come ricorda la polemica  intorno alla scelta della Regione (che lo ha come presidente) di inserire il suo faccione in un murales di 200 metri celebrativo della storia della Lucania. Poi rimosso causa incomprensibile polemica.