Zonaeuro

Eurozona, non c’è Tria pe’ gatti. Il Quantitative easing è finito

La spasmodica attenzione delle moltitudini sovraniste sul Consiglio europeo è stata calamitata dal guazzabuglio sull’immigrazione e dalla trita fanfaronata dell’ennesimo governicchio sulla sbattuta di pugni sul tavolo, risoltasi, tra le risate generali, nella consueta sbattuta di denti. Pochi invece si sono accorti che l’Ue ha spinto verso la dirittura d’arrivo due progetti di fondamentale rilievo: il meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, il Single resolution mechanism (Srm) e la riforma dell’European stability mechamism (Esm).

Il comunicato finale dà appuntamento al Consiglio di dicembre per approvare queste riforme secondo le linee elaborate nella lettera inviata il 25 giugno dal presidente dell’Eurogruppo Mario Centano al presidente dell’Eurosummit Donald Tusk. Disboscando la selva di bizantinismi di cui è costellato l’euro-burocratese, a dicembre si verificherà una congiunzione astrale al cui confronto lo sbarco di qualche migliaio di clandestini e profughi è paragonabile al sussurro di un insetto nello spazio siderale. I corpi celesti coinvolti ruotano su tre orbite.

Il Quantitative easing 
Mario Draghi ha annunciato l’eutanasia del programma di acquisti straordinari: fino a settembre la Bce continuerà a comprare 30 miliardi al mese di obbligazioni (per lo più titoli di Stato), poi, fino a dicembre, l’ammontare scenderà a 15 miliardi. Dal 2019, come ha titolato persino Il Manifesto, la pacchia è finita (vedere il quotidiano comunista rilanciare le posizioni “ordoliberiste” della Bundesbank, non ha prezzo, per tutto il resto c’è Merkelcard). Infine, probabilmente la Bce continuerà a rinnovare i titoli in scadenza per alcuni mesi ma poi dovrà cominciare a venderli, come sta già facendo oltre atlantico la Fed, con una conseguente stretta monetaria e aumento degli interessi sui debiti pubblici.

Le crisi bancarie
L’euro era nato monco perché all’unificazione della politica monetaria non corrispose la centralizzazione della supervisione finanziaria. Di conseguenza il sistema bancario è rimasto largamente frammentato su basi nazionali, creando una fragilità sistemica di cui, in teoria, si sarebbero dovuti occupare i governi nazionali (con i soldi dei contribuenti) e la autorità nazionali di vigilanza. Un’idiozia sesquipedale architettata dai governi nazionali (in primis Francia e Germania) riluttanti a cedere potere su uno dei gangli vitali dell’economia e del consenso. Adesso la supervisione delle banche maggiori è passata a Francoforte (e grazie ad essa sono state scoperchiate alcune cloache putride nel sistema bancario italiano), tuttavia manca un meccanismo efficace per gestire le future crisi bancarie. L’Srm serve appunto a questo. Una banca in crisi o insolvente verrà affidata al Single resolution board che avrà a disposizione un fondo finanziato da un prelievo sulle banche dell’eurozona e che detterà i termini dell’intervento. Per i casi più gravi si ricorrerà al sostegno anche dell’Esm (o l’istituzione che lo sostituirà).

Le crisi del debito sovrano
Le misure per soccorrere i Paesi in default sono state improntate all’emergenza. Fortunatamente finora sono stati investiti Paesi piccoli (Irlanda, Portogallo e Grecia) oltre al sistema bancario spagnolo (che bene o male se l’è cavata con poco) sono bastate poche decine di miliardi (oltre all’haircut) per tenere a galla la moneta unica. Ma occorre predisporre un sistema di gestione delle crisi solido, organizzato e soprattutto permanente, atto a prevenire le crisi oltre che a porvi rimedio una volta scoppiato il bubbone. In sostanza L’Esm verrebbe trasformato in un fondo Fondo monetario europeo con due funzioni (analoghe a quelle del Fmi).

La sorveglianza ex ante dei conti pubblici in modo che se un Paese si discosta dagli impegni stabiliti nei trattati e negli accordi il Fondo estrae il cartellino giallo. In pratica il Fme potrebbe decretare che se i conti non sono in ordine l’accesso ai finanziamenti di emergenza verrebbe bloccato. In altri termini il supporto del Fme sarebbe disponibile solo per quei Paesi che vengono colpiti da shock imprevedibili e improvvisi, non da crisi dovute a finanza allegra e spese pubbliche fuori controllo. In caso di crisi il Fme interverrebbe con un prestito a condizione che vengano implementate le politiche economiche e fiscali per rimettere il Paese in carreggiata.

Il destinatario principale di questi provvedimenti è l’Italia che traballa da 10 anni sull’orlo del baratro e che con la fine del Qe si trova sulla linea di fuoco dei mercati senza giubbotto antiproiettile. È già iniziata la corsa disperata contro il tempo per riuscire a evitare che quando i tassi di interesse inevitabilmente saliranno la sostenibilità del debito pubblico italiano finisca come un castello di sabbia tempestato dalle onde, trascinando le banche e suoi clienti, come avvenuto in Grecia e a Cipro.

In termini semplici, da dicembre le pantomime sulla flessibilità e i giochetti delle tre carte a via XX settembre finiranno di colpo. E se il bilancio pubblico non raggiungerà il pareggio (come impone innanzitutto la Costituzione Italiana, non i fantomatici speculatori) le conseguenze negative saranno immediate ed esiziali. Insomma, il libro dei sogni sul reddito di cittadinanza, la flat tax, la revisione della Fornero, i centri per l’impiego e le boutade assortite con cui è stato turlupinato l’elettorato, seguirà lo stesso destino del referendum di Alexīs Tsipras. Il governo del cambiamento sarà costretto ad ammettere sconsolatamente, per bocca del suo ministro dell’Economia, che non c’è Tria pe’ gatti.