Società

Da Amazon a Foodora, la tirannia dei desideri irrefrenabili che ci telecomanda

Non arrabbiatevi, consumatori e amanti del clic per gli acquisti. Non è un post contro di voi, non prendetevela. Qui non si fa la morale a nessuno, quindi anche i leoni da tastiera possono deporre le armi.

Partiamo dall’attualità, dalle persone che siamo e che ci circondano. Da noi, da famiglia, parenti, amici, colleghi. Si compra con Foodora o Just Eat perché fare dieci minuti a piedi per cercare cibo scoccia. Si buttano carta, plastica e imballaggi come se fosse inevitabile, una routine. Si fa con indifferenza, senza consapevolezza. E poi ci sono gli acquisti: basta negozi, meglio un clic con Amazon. Appena desideri quella cosa sai che puoi averla senza uscire dal tuo metro quadro di comfort zone. Basta spingere un tasto, tirare fuori la carta di credito e fai partire un corriere che entro una manciata di ore o meno deve consegnarti la merce, perché è un tuo diritto, l’hai pagato. E’ vero: non hai trasgredito nessuna regola, anzi, sei allineato. Ti muovi armonico in un ambiente che ti chiede di consumare di continuo, se puoi di sprecare, di buttare quello che si rompe senza provare ad aggiustarlo. O ad accontentarsi.

Pochi giorni fa, ad esempio, Amazon ha attivato un servizio già presente in altre città in Europa e negli Stati Uniti: con l’ordine alla mattina, il pacco arriva tra le 18.30 e le 21.30. Non sarà l’innovazione del secolo, ma devo ammetterlo: mi ha colpito. Da dove arriva l’urgenza per avere e ottenere in così poco tempo delle cose, degli oggetti? Perché non mettere il naso fuori e preferire un tasto per farci portare quello che vogliamo direttamente sull’uscio di casa? Perché cediamo così alla pigrizia e alla relazione? Abbiamo i soldi, paghiamo. Eliminiamo gradi di relazione. Nella nostra quotidianità possiamo – e lo facciamo – passare intere giornate senza parlare con nessuno. Ci fa felici? No. Se facciamo il contrario, certo, non avremo l’oggetto subito da spacchettare, ma ci guadagniamo in vita e umanità. Chiariamoci: non entro nel merito di bisogni o categorie speciali. Come quella dei commercianti, ad esempio, che usano questo tipo di servizio per trovare pezzi di ricambio o altro per la propria attività. Il mio livello di riflessione di attesta su quello della massa, quello di noi consumatori. Non dei diritti dei lavoratori/corrieri che ci servono a domicilio (di questo ilfattoquotidiano.it si occupa da tempo). Parlo di noi che, in un giorno qualunque, desideriamo un oggetto qualunque e dobbiamo averlo.

Di solito scegliamo questa modalità per due motivi. Il prezzo – online paghiamo meno – e la rapidità. Personalmente non compro oggetti online e, soprattutto, cerco di comprare il meno possibile. Questo per me è il modo più efficace per soddisfare quelli che identifico come bisogni. So che per vivere le cose davvero necessarie sono poche. Molte meno di quelle che abbiamo. Un’ovvietà? No, non lo è perché mi guardo intorno. E così sento anche di rispettare quella persona che dovrebbe recapitare i miei irrefrenabili desideri passeggeri a domicilio. Per convincere che comprare online è anche la scelta migliore, ci diciamo che non abbiamo tempo. Manco fossimo il presidente dell’Onu. Ma volere per più di qualche ora una cosa che non è indispensabile per la nostra vita non aumenta forse il piacere di averla fra le mani, quando e se sarà possibile ottenerla? E a volte smascherare compensazioni travestite da desideri è più appagante delle alternative. Perché lì non ci facciamo telecomandare. E poi: perché affrettare sempre il momento del consumo?

Il tempo non ce l’abbiamo perché – spesso, siamo onesti – lo passiamo in modo inconsapevole. Sui social, incollandoci allo smartphone, lasciandoci vivere dalle pressioni, da una vita passata di fretta che ci fanno pensare che in questo modo sia più produttiva e intrigante. Anche se, così, finiamo per essere isole. Non abbiamo tempo per rinunciare a desideri inutili. Ma la compensazione di spacchettare a domicilio o dove vogliamo noi cibo e oggetti non appaga e non riempie niente. Al massimo lo spazio che ci circonda. E lo intasa di cose e imballaggi da buttare.