Scuola

Bullismo, succede perché non conosciamo i nostri figli

A Lucca, gli studenti dell’Istituto tecnico commerciale Carrara che avevano minacciato il professore d’italiano mettendo in rete il video della loro bravata, saranno sospesi fino alla fine dell’anno, non saranno ammessi agli scrutini e quindi bocciati. Decisione quasi scontata, considerata la gravità dell’accaduto e le più che prevedibili reazioni dell’opinione pubblica. Non solo dei colleghi del professore bullizzato, ma anche di tanti alunni e molti genitori.

Reazioni differenti, accomunate da una sorta di incredulità. Quasi incapacità di capire come sia stato possibile che quei ragazzi del primo anno si siano spinti fino a tanto. Incredulità, che non è difficile immaginare sia provocata anche dal fatto che non sono i genitori di quei ragazzi. Insomma non li conoscono. Il problema è che quei tre “bravi”, diventati protagonisti sbagliati, sono degli sconosciuti anche per i loro di genitori.

“Quando ho visto il video credevo fosse uno scherzo, non mi sarei mai aspettato che mio figlio potesse arrivare a compiere una cosa del genere”, ha detto la madre di uno degli studenti dell’istituto tecnico. Confessione tristissima. Un genitore che ammette di non riconoscere nei comportamenti di un figlio la persona immaginata. Ma la questione di questa madre non è sfortunatamente isolata. È tutt’altro che un caso isolato. Sono tanti a non sapere molto dei propri figli. A non sapere cosa fanno a scuola, come si comportano. A non sapere che persone stanno diventando.

Quanti genitori chiedono ai loro figli “come è andata a scuola, oggi?” Quanti s’informano sulle verifiche da fare e sul risultato di quelle già svolte? Ma soprattutto su come veramente “è andata oggi a scuola”. È più che evidente che esiste una sostanziale differenza tra scuola media e scuola superiore. Una differenza di “attenzioni” da prestare. Un ragazzo di 12-13 anni è più che probabile che abbia minore autonomia rispetto a uno che a 15 anni varca la soglia di un istituto superiore. Ma nonostante tutto dovrebbe essere compito di un genitore vigilare, forse ancora di più. Quando si renda necessario, anche di correggere.

Lo so, molti di quei genitori si giustificheranno parlando di impegni di lavoro. Dicendo che la sera, quando rincasano, non riescono proprio a controllare i compiti. Non gli riesce di farsi raccontare quel che è successo in classe.

Lo so, molti di quei genitori, partiranno all’attacco, per difendersi. Con i professori non riescono a parlare. Gli orari di ricevimento mal si conciliano con quelli del lavoro. I voti che (forse) hanno letto sul registro elettronico sono gravemente insufficienti. È vero. Dovrebbero preoccuparsi, ma non lo fanno, quasi mai. Non si preoccupano neppure se la scuola invia loro delle comunicazioni. Sul profitto insoddisfacente. Sul comportamento irriguardoso e inadeguato. Quei genitori, non si preoccupano più di tanto.

Alla fine dell’anno professori e presidi sono spesso indulgenti. La bocciatura è solo un’opzione. Quei genitori non capiscono che il problema non è questo. E infatti per loro non sembra esserlo, tante volte. La questione è  altra. Il loro disinteresse nei confronti della scuola dei figli finisce per tramutarsi in disinteresse nei confronti dei figli. Perché? Ma perché la scuola è ancora – a dispetto di riforme e circolari ministeriali – una palestra. Il luogo nel quale si formano persone. Operazione difficile, senza dubbio. Sempre più. Proibitiva se avviene senza l’aiuto dei genitori. Impossibile se i riferimenti familiari latitano.

I genitori ombra non fanno il bene dei figli. Li lasciano soli quando non dovrebbero esserlo. Ecco uno dei paradossi della contemporaneità. Genitori che occupano spazi che non possono appartenergli e nello stesso tempo lasciano liberi quelli di loro competenza. Leggere l’accaduto all’istituto tecnico di Lucca alla luce della “non conoscenza” dei figli da parte dei genitori sarebbe probabilmente errato. Non considerare in alcun modo il problema una colpevole sottovaluzione.