Palazzi & Potere

Quirinale, condannò i contabili per gli ammanchi nella tenuta presidenziale. Il giudice costretto alla pensione anticipata

Come ti azzoppo il giudice e la sentenza. A dicembre 2016 il magistrato della Corte dei Conti ha aggravato la pena ai due contabili del Quirinale che usavano i conti della tenuta come un bancomat. Sul giudice che l'ha firmata fioccano poi rappresaglie tali da indurlo al pensionamento anticipato, mentre la Corte tenta la revocazione straordinaria della sentenza. La storia raccolta in esclusiva dal fattoquotidiano.it

Negli anni Novanta aveva tirato in ballo Craxi e i finanziamenti milionari al cinema degli “amici”. Un terremoto, molte inimicizie, ma nulla più. A distanza di vent’anni ha alzato il dito fino al Colle, scoprendo – suo malgrado – che certe sentenze fanno male a chi le pronuncia. Questo si può dire di  Stefano Imperiali, ormai ex magistrato della Corte dei Conti che ha sottoposto a giudizio due alti contabili del Quirinale, condannandoli, e finendo poi a dover affrontar lui tutta una serie di traversie – tra contestazioni, sanzioni, rarefazione delle udienze – che se non sono mobbing di sicuro segnano la fine di una carriera da giudice. E infatti vanno avanti fino alla decisione, dopo circa un anno, di andare in pensione anticipata a gennaio: 64 anni appena, quando normalmente la soglia è, al netto di proroghe eventuali, di 70 anni.

I patemi per Imperiali scaturiscono proprio nei mesi immediatamente successivi alla condanna che aveva emesso nei confronti di due cassieri della tenuta presidenziale di Castelporziano protagonisti di uno scandalo, ormai di otto anni fa, costellato di ammanchi importanti (e imbarazzanti) dalle casse quirinalizie, uno scandalo che coinvolse anche Gaetano Gifuni, l’eminenza grigia a servizio delle più alte istituzioni del Paese, segretario generale della Presidenza della Repubblica per Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi.

Il giudizio emesso dal collegio giudicante presieduto da Imperiali va oltre il destino degli uomini cui si rivolge perché oltre a condannare i due contabili riconosce la giurisdizione della Corte dei Conti per reati commessi dai dipendenti del Quirinale sfidando il muro di cinta del Colle dietro l’autodichia, cioè la potestà esclusiva a dirimere controversie che sorgono al suo interno. La sentenza vergata da Imperiali ha creato una breccia in quel muro che nessun organo costituzionale dotato di analogo privilegio vorrebbe mai vedere. E infatti la sentenza è stata subito congelata da puntuale sollevamento del conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato. Tutto per neutralizzare la sentenza. E il destino di chi l’ha emessa?

Ancora oggi è difficile stabilire una correlazione immediata e diretta, ma è un fatto che da allora per il giudice Imperiali è stato un susseguirsi di iniziative poco amichevoli che non trovano analoghi e ragioni in tutta la carriera di Imperiali. “Dopo un po’ – spiega il suo avvocato, Enrico Tuccillo – ha iniziato ad avere problemi sul posto di lavoro. Sono stati avviati anche due procedimenti amministrativi a suo carico e, dopo alcuni mesi, ha deciso di andare in pensione anticipata, per evitare danni alla sua persona e all’istituzione da lui servita onestamente e con passione per più di 30 anni”. Una passione che ha visto spesso Imperiali ingaggiare aspre battaglie contro il potere politico economico, come quando negli anni Novanta osò sollevare un coperchio sulle produzioni cinematografiche inconsistenti sovvenzionate dallo Stato. Milioni agli amici degli amici per pellicole flop, anche alla favorita di Craxi.

Dalla sentenza al “calvario”
Imperiali a dicembre 2016, oltre a confermare la decisione del giudice di primo grado, ha aggravato la pena ai due contabili del Quirinale condannandoli al pagamento in solido del danno erariale stabilito: oltre 4 milioni e 600 mila euro. Un importo che, per il periodo 2002-2008, era stato già quantificato e certificato dal consulente tecnico nominato dal pubblico ministero del Tribunale di Roma, durante il processo in sede penale per la medesima vicenda.

Le grane per Imperiali iniziano proprio qualche mese dopo la sentenza. Prima arriva una contestazione di una collega della sua sezione. “Verso la fine della primavera scorsa – prosegue il suo legale – il mio cliente è stato accusato di aver commesso un ‘falso’ nel firmare un’ordinanza, semplicemente perché non si era accorto di un banalissimo errore materiale compiuto dal consigliere estensore del provvedimento”. Nel contempo anche le udienze presiedute dall’ex magistrato diminuiscono senza una spiegazione apparente.

“Da settembre – racconta Tuccillo – Imperiali è stato progressivamente privato di quasi tutte le sue usuali udienze mensili. Il presidente della seconda sezione e lui, che era presidente aggiunto, fino a quel momento si erano divisi equamente le udienze. Questo equilibrio inizia a venir meno e, pian piano, le udienze cominciano ad essere presiedute sempre di più dal presidente di sezione, fino ad arrivare ad una sola udienza al mese per il mio cliente. Il tutto senza ottenere neanche una spiegazione sul motivo di tali esclusioni”.

Otre a questa sorta di mobbing per l’ex magistrato arrivano anche due procedimenti amministrativi. “Il primo – spiega il suo avvocato – a ottobre scorso con la richiesta di trasferimento per incompatibilità ambientale. Il secondo, un mese dopo, per l’irrogazione di una sanzione disciplinare. In entrambi, secondo Imperiali, erano presenti gravi anomalie procedimentali”.

Dopo un interrogatorio di ben 4 ore, nel secondo provvedimento amministrativo il procuratore generale arriva perfino “a chiedere l’irrogazione di una sanzione disciplinare e – sottolinea il suo avvocato – cosa assurda e del tutto inusuale, la sospensione immediata dalle funzioni e dallo stipendio. Il Procuratore generale, peraltro, ignorò ben tre motivati e circostanziati esposti che gli erano stati formalmente presentati da Imperiali, nel corso dei mesi precedenti, sulle vicende che stiamo raccontando. Denunce che avrebbe preferito evitare visto che andavano a danneggiare il prestigio della Corte dei Conti, da lui servita per decenni con la consueta dignità e integrità”.

La situazione diventa insostenibile per Imperiali tant’è che “visto che aveva già raggiunto la sufficiente anzianità di servizio per collocarsi a riposo – conclude il suo avvocato – nel novembre scorso ha presentato domanda di prepensionamento e dal 1 gennaio di quest’anno è in pensione”. Si conclude così la carriera di un incorruttibile magistrato che, per evitare danni alla Corte dei Conti ha rinunciato ad altri 6 anni di attività nonché alla presidenza di sezione che ormai gli spettava di diritto.

La Corte dei Conti ha spiegato al fattoquotidiano.it di “non poter chiarire i motivi dei due procedimenti amministrativi  a carico di Imperiali trattandosi di procedure a carattere riservato – evidenzia il portavoce in una nota – a tutela dell’interessato e di eventuali altri soggetti coinvolti”. Impossibile capire anche perché le udienze presiedute da Imperiali siano progressivamente diminuite nel tempo: “Il calendario rientra nelle facoltà di autorganizzazione della Sezione”, sottolinea l’ufficio stampa.

La carta del conflitto tra poteri
Mentre il giudice stava maturando l’idea di andare in pensione, il Quirinale ha sollevato un conflitto di attribuzione nei confronti della magistratura contabile, in merito alla sentenza di Imperiali che aveva escluso invece il rischio di tale conflitto, sottolineando, nella condanna ai due contabili, giudizi pregressi della Cassazione che respingevano, in casi analoghi, tale richiesta. Con questa eccezione sollevata il 27 novembre scorso e presentata alla Corte dei Conti il Quirinale ora ha ottenuto la possibilità che la Consulta si pronunci su tale conflitto. La Corte dei Conti, secondo la tesi del Quirinale, avrebbe violato la Costituzione che tutela e mette al riparo gli organi costituzionali dalle indagini contabili. In sostanza il Quirinale rivendica la cosiddetta autodichia: la prerogativa che hanno alcuni organi costituzionali, come la Presidenza della Repubblica, di risolvere controversie attinenti ai propri dipendenti attraverso propri organi giurisdizionali appositamente costituiti, sottraendosi in tal modo al giudizio dei tribunali ordinari.

Il conflitto di attribuzione è stato sollevato perché c’è “una sentenza della Corte Costituzionale del 1981 – spiega il Quirinale – che ha affermato che non spetta alla Corte dei conti il potere di sottoporre a giudizio contabile i tesorieri della Presidenza della Repubblica, della Camera e del Senato”. Una sentenza che quindi, secondo gli avvocati del Quirinale, escluderebbe la giurisdizione della Corte dei Conti su qualsiasi aspetto contabile interno al Colle, ergo anche su un eventuale danno erariale commesso da propri dipendenti.

Nel frattempo è stata chiesta, e ottenuta, anche un’udienza per la revocazione straordinaria della sentenza firmata da Imperiali (annullamento ndr) che doveva essere celebrata lo scorso 23 gennaio ma che è stata rimandata in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci sul conflitto di attribuzione. Udienza che, anche se sarà celebrata non sarà presieduta dal giudice Imperiali, ormai definitivamente fuori dai giochi.